Gli etruschi e il loro mondo magico

STORIA DELLA MAGIA ANTICA:
ETRUSCHI E ROMANI
di Devon Scott

La prima grande civiltà nata in Italia è quella degli Etruschi (1), un popolo rimasto per secoli avvolto nel mistero, a tal punto che già gli stessi Romani si interrogavano sulle sue origini. Sugli Etruschi sono rare le testimonianze letterarie, tutte provenienti da Greci e Romani; Erodoto era convinto che venissero dalla Lidia e ne dava una spiegazione che usciva dalla storia per sconfinare nel mito (2).
Nel XIII secolo a. C., sotto il regno di Atys, una terribile carestia aveva colpito la regione della Lidia. Per non pensare al cibo che scarseggiava, la popolazione aveva inventato ogni sorta di passatempi e giochi, tra cui i dadi ed il pallone. “Ed ecco come essi utilizzarono ciò che avevano inventato per vincere la fame. Un giorno sì e uno no giocavano per tutta la giornata, per ingannare la tentazione di mangiare; il giorno dopo, tralasciavano i giochi e mangiavano. Con tale espediente vissero diciotto anni” (3).

 
 Ma la carestia continuava; il re decise allora di far emigrare metà della popolazione; estrasse a sorte il gruppo doveva partire, guidato da suo figlio Tirreno; egli, che era vecchio, rimase in Lidia con l’altra metà del suo popolo. Gli emigranti, “raggiunta Smirne, dove costruirono le navi necessarie a trasportare le cose di qualche valore che possedevano, presero il mare in cerca di un nuovo territorio e di mezzi di sussistenza, e non si fermarono fino a quando, favoriti dalla fortuna, dopo aver costeggiato molte terre, arrivarono in Toscana, dove costruirono le città che abitano tutt’ora” (4). Qui presero il nome dal re che li aveva guidati, Tirreno.

Il racconto di Erodoto è stato accettato per molto tempo da tutti come verità, anche se sa più che altro di leggenda; alcuni particolari, però, come il fatto che la loro lingua non sembra avere origini indo-europee, bensì ha regole grammaticali che si ritrovano nelle lingue dell’Asia minore, hanno reso più credibili le ipotesi di Erodoto. Era invece di tutt’altra convinzione Dionigi d’Alicarnasso, arrivato a Roma nel 30 a. C. per studiare la storia antica. Egli contestava sia Erodoto, sia coloro che facevano derivare gli Etruschi dai primitivi abitatori dell’Italia, i Pelasgi (nome che proviene da pelagus, mare). Per Dionigi gli Etruschi erano

“un popolo antichissimo, non somigliante a nessuno né per lingua, né per costumi, che viveva nelle immediate vicinanze dei Pelasgi e che prese il loro posto quando essi lasciarono la regione. Sono più vicini al vero coloro che affermano che la nazione etrusca non proviene da nessun luogo, ma che è invece originaria del paese. Coloro che dicono trattarsi di una stirpe autoctona fanno derivare il loro nome dalle fortezze che essi costruirono per primi fra tutti i popoli del paese” (5).

Per Dionigi, quindi, il nome Tirreni deriverebbe dalla forma attica thyrrenoi (che significa torre, roccaforte). Il nome di Etruschi deriverebbe invece dal latino Tusci, che i Romani avrebbero dato loro dal verbo greco thuo (che significa sacrificare) per la frequenza con la quale questo popolo faceva sacrifici in onore dei propri dei.  

La civiltà etrusca dalle origini al settimo secolo viene detta “villanoviana”, dal nome della città di Villanova, presso Bologna, in cui vennero scoperti i primi reperti. Dal VII secolo a. C., con l’arrivo dei Greci, attirati dalle ricchezze minerali dell’Etruria (ferro, rame, alluminio e stagno), cominciò il periodo aureo degli Etruschi. Essi costituirono una Dodecapoli, confederazione di dodici città rette da un re, chiamato Lucumone: Cere (Cerveteri), Tarquinia, Vulci e Vetulonia, le quattro città marinare; Volsinii (Bolsena), Chiusi, Perugia e Veio, le città più interne; Cortona, Arezzo, Fiesole e Volterra nella parte settentrionale. Questa federazione teneva concilio nel tempio di Voltumna, latinizzato poi in Vertumno, nel territorio di Bolsena, discutendo sui problemi e sugli interessi dei popoli delle città.

Gli Etruschi estesero il loro dominio anche alla pianura padana, fondando un’altra lega di dodici città, con capitale a Felsina, l’odierna Bologna, città che furono le prime a subire gli attacchi dei Galli nel IV secolo. A sud conquistarono la Campania e il Lazio, regalando a Roma tre re della dinastia dei Tarquinii: Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Furono per due secoli una grande potenza marinara, dando del filo da torcere ai Greci, ai Romani ed ai Focesi, fondatori di Marsiglia, per combattere i quali si allearono con Cartagine. Con la cacciata dei Tarquini da Roma e le sconfitte dei Cartaginesi, cominciò a declinare la potenza etrusca sul mare, con espansione in terra verso Bologna, Adria e Spina. La decadenza, lenta ma totale, della civiltà etrusca iniziò con l’ascesa della potenza romana e si compì nel I secolo a. C., quando la “Lex Julia de civitate” cancellò la cittadinanza etrusca.
Degli Etruschi restano oggi le necropoli, riccamente decorate da artisti greci, vere e proprie città dei morti, con vie, case e piazze, talvolta arricchite con la rappresentazione dei defunti e con suppellettili, tra le quali i canopi, vasi che contenevano le ceneri o, in caso di inumazione, le viscere del defunto.

Le notizie sugli Etruschi ci vengono soprattutto da tre fonti: il Liber linteus, fascia di lino che avvolgeva una mummia ritrovata a Zagabria, che descrive riti pubblici in onore di varie divinità; la Tegola di Capua, incisa su una lastra di terracotta, che riporta un rito funerario; e le Lamine in oro trovate a Pyrgi, l’antico porto di Cerveteri, che presentano un testo scritto in punico e due in etrusco; esse parlano di un trattato fra Cerveteri e Cartagine. Purtroppo il testo in punico non è la traduzione del testo etrusco: sarebbe stato troppo sperare in un fac-simile della Stele di Rosetta. Ci sono inoltre più di diecimila iscrizioni, spesso brevissime, a carattere funerario, votivo o descriventi rituali religiosi. Mancano totalmente note private, poesie, lettere; anche per questo è stato difficilissimo decifrare la scrittura etrusca, che è rimasta totalmente sconosciuta per secoli.

             
L’alfabeto etrusco (rappresentato nell’immagine sopra) è molto simile a quello greco, con sostituzione di alcune consonanti e la vocale “u” al posto delle due “o” dei Greci; inoltre alcune iscrizioni si devono leggere da destra a sinistra, altre da sinistra a destra, altre ancora a sensi alternati, cosa che non ha facilitato il compito agli studiosi. Circa la scomparsa dell’etrusco come lingua, l’etruscologo Cristofani fa notare che gli Etruschi possedevano una lingua del tutto diversa dai dialetti italici e dal greco che si parlava nelle colonie dell’Italia meridionale e della Sicilia; la conquista romana costrinse gli Etruschi ad imparare il latino, seppure deformandolo, e sarebbe questa l’origine della parlata toscana, base dell’italiano.

Le epigrafi, le iscrizioni ed i documenti citati hanno permesso di ricostruire usi, costumanze, magia e religione degli Etruschi (6). Essi adoravano una triade di dei principali: Tinia, corrispondente al Giove romano, sua moglie Uni, corrispondente a Giunone, e Menrva, Minerva. C’erano poi Aplu (Apollo), Hercle (Ercole), Turms (Mercurio), Turan (Venere) e Maris (Marte). Dei malvagi erano Vetisl, Velkhans ed il demone Charun, che faceva uscire l’anima dai corpi morti con un poderoso colpo di martello. C’era inoltre una dea, Norzia, detta “fissatrice del destino”, che aveva la sede principale di culto a Bolsena: la ricordiamo perché è stato trovato un rituale a lei dedicato, fatto con un chiodo, che molto ricorda i rituali di contromaleficio della magia nera.
La volontà di questi dei veniva interpretata dai sacerdoti, che avevano varie specialità: alcuni erano esperti nell’osservare i lampi (ars fulguratoria), altri nel volo degli uccelli (auspicium), altri ancora nell’osservare le viscere degli animali sacrificati (haruspicium). Quest’ultima era un’arte importantissima, essendo il fegato considerato sede della vita: a Piacenza è stato ritrovato il modello bronzeo di un fegato di pecora, diviso in quaranta parti, ciascuna col nome di una divinità. L’arte aruspicina era la caratteristica in cui eccelleva il popolo etrusco, tanto che veniva detta “disciplina etrusca”; considerata un vero e proprio sacerdozio, era appannaggio di nobili famiglie; fra queste possiamo ricordare gli Spurinna di Tarquinia, poiché fu proprio uno di loro a predire a Giulio Cesare la morte alle Idi di marzo.

Cicerone racconta che le regole delle predizioni erano scritte nei Libri Aruspicini, il cui autore era il dio Tages (per questo venivano anche chiamati Libri Tagetici). Questo dio era balzato fuori dal solco di un campo che un contadino di Tarquinia stava arando; aveva la forma di un bambino, ma la saggezza di un vecchio; a coloro che erano accorsi, incuriositi dalla sua comparsa improvvisa, egli aveva rivelato i segreti dell’aruspicina. Col tempo questa nobile arte degenerò e gli aruspici divennero ciarlatani, veri “acchiappagonzi da crocicchio”: Catone disse che era impossibile per un aruspice guardarne un altro e non mettersi a ridere, pensando agli stolti che venivano imbrogliati e spennati dai falsi indovini. 

I Romani (7) ereditarono dagli Etruschi l’arte della previsione tramite l’osservazione di viscere di animali e di voli di uccelli, che serviva però solo per lo stato, non per gli individui. I primi Romani furono dei guerrieri; pratici e di buon senso, ignorarono la magia, tranne che per ciò che poteva loro servire per sconfiggere i nemici. All’inizio della storia di Roma veniva adorata una triade di dei. Il più importante era Giove, padre degli dei e di tutti gli uomini; però Marte, dio della guerra, godeva di un particolare favore presso il popolo guerriero, che aveva tanto spesso bisogno della sua protezione in battaglia: il dio era considerato il progenitore dei Romani, poiché aveva fatto innamorare di sé Rea Silvia, la vergine custode del fuoco sacro nel tempio della dea Vesta, protettrice del focolare domestico. La fanciulla aveva partorito i gemelli Romolo e Remo; questi erano stati abbandonati e la madre uccisa, perché aveva contravvenuto alle regole del tempio, facendo spegnere il sacro fuoco eterno e dimenticando il proprio voto di castità. Ma i bimbi erano stati salvati da una lupa, che li aveva nutriti e scaldati. Una volta cresciuti, Romolo aveva fondato Roma, battezzando il perimetro della nuova città col sangue del fratello, che a lui si opponeva. A Marte era dedicato marzo, il primo mese del calendario romano.

Il terzo dio della triade era Quirino, divinità di origine sabina (antico popolo abitante nella regione); gli era sacro il colle del Quirinale e proteggeva l’agricoltura. In seguito Marte e Quirino furono sostituiti da Giunone, moglie di Giove, madre e regina del cielo, protettrice delle donne e delle madri; e da Minerva, divinità di origini greche ed etrusche, dea della sapienza, protettrice degli artigiani, della medicina e della pace. Altri dei erano Venere, dea dell’amore, Vulcano, dio del fuoco, Vesta, dea protettrice della famiglia, Saturno, dio dell’agricoltura e delle semine, Diana, dea della caccia, Nettuno, dio del mare, Apollo, patrono delle arti e della musica, Mercurio, dio dei viaggi e messaggero degli dei, Cerere, dea delle messi, Lari e Penati, protettori della casa e del focolare, dell’economia domestica e della dispensa.
Un discorso a parte merita Giano Bifronte, il cui nome derivava da ianua (porta), che proteggeva gli inizi delle cose ed anche l’iniziazione, passaggio dal mondo profano ad una vita più spirituale; gli era sacro il colle Gianicolo e gli venne dedicato il mese di gennaio. Sul fatto che avesse due facce, si pensava che volessero rappresentare il  presente ed il passato, il sole che nasce e che muore, il giorno e la notte; le porte del suo tempio erano chiuse in tempo di pace, aperte in tempo di guerra, perché una leggenda diceva che il dio era in grado di sconfiggere i nemici colpendoli con getti di acque sulfuree bollenti che uscivano dal tempio, come aveva fatto durante il ratto delle Sabine.  

Come si può vedere, la maggior parte degli dei romani non era molto diversa, come attribuzione, da quelli greci, però con un carattere più pratico e molto più moralistico: ben poche storie scollacciate di amorazzi fra Giove e belle ragazze disponibili. Valori fondamentali del cittadino romano erano la virtù, la dignità, il rispetto per gli dei, la devozione per la famiglia e per i genitori. Il pater familias faceva sentire la sua autorità e manteneva l’ordine domestico; con severità e temperanza educava i figli secondo i costumi degli antenati; la moglie era soprattutto madre e donna modesta, pudica, virtuosa ed obbediente, come i figli, per i quali la disciplina era fondamentale.
Il diritto degli uomini era legato ai voleri degli dei: la “pax deorum” (pace degli dei) indicava il rapporto armonioso che legava il popolo con la divinità. Però il pragmatismo romano si manifestava anche in questo: per guadagnarsi l’aiuto degli dei si facevano sacrifici con lo spirito del “do ut des” (ti do perché tu mi dia).

I rituali primitivi a carattere magico erano fatti solo per il bene comune ed erano diretti alla fertilità dei campi o alle vittorie in guerra; esistevano giorni fasti, durante i quali si potevano fare sacrifici, assemblee, feste pubbliche, oppure nefasti, durante i quali era meglio non fare niente. Non esisteva un clero vero e proprio, ma c’erano sacerdoti nominati a tempo determinato o a vita, esperti nei culti pubblici. Essi erano scelti fra le famiglie dei Senatori e si dividevano in quattro classi. I più importanti erano i Pontefici, nome che deriva dai curatori del ponte Sublicio, che per molto tempo fu l’unico ad unire le due sponde del Tevere; loro capo era il Pontefice Massimo, che stabiliva il calendario delle feste e delle cerimonie pubbliche. C’erano poi gli Auguri, il collegio degli indovini che studiavano ed interpretavano le interiora degli animali sacrificati; i Quindecemviri, collegio di quindici sacerdoti, che avevano il compito di censire le divinità straniere e di tenere i Libri Sibillini, che erano stati dati, secondo la leggenda, al re Tarquinio Prisco dalla sibilla di Cuma, ed erano lunghi elenchi di regole magiche pratiche per ogni occasione, dall’invasione di topi agli attacchi di popoli nemici; infine c’erano i Semptemviri, sette sacerdoti che allestivano i banchetti sacri.

Alla classe dei Cavalieri appartenevano, invece, i membri dei Sodalizi: i Sodalizi Arvali organizzavano le cerimonie in onore della dea Cerere, i Salii in onore di Marte, con consacrazione delle armi; i Luperci organizzavano le feste dei Lupercali, per propiziare la fecondità delle femmine degli animali, oltre che delle donne; i Feciali erano addetti ai rapporti con le altre nazioni ed in caso di guerra si portavano ai confini del territorio romano e scagliavano una lancia dall’altra parte per dichiarare guerra al nemico. C’erano infine un collegio di sacerdotesse, che si occupava della divinazione, e le Vergini Vestali, custodi del fuoco sacro: chi lasciava spegnere la fiamma veniva punita con la frusta, colei che veniva meno al voto di castità veniva sepolta viva in un campo ai margini della città, chiamato “campo scellerato”.

La religione romana rimase per secoli povera di miti: l’austera società guerriera non era interessata a frivole leggende. Roma fu fondata nel 753 a. C.; fino alla fine del IV secolo gli orizzonti politici romani furono confinati ai popoli dell’Italia centrale. Nell’Italia del Sud ed in Sicilia esistevano molte colonie della Magna Grecia, cioè città fondate dai Greci, che avevano da sempre problemi con i popoli indigeni, in particolare con i combattivi Lucani. Furono proprio costoro che, stanchi della prepotenza greca, chiesero aiuto ai Romani, che istallarono dei presidi; i Greci reagirono malamente all’ingerenza romana, ma nella guerra che seguì furono sconfitti.
Quando la cultura greca si scontrò con quella romana, quest’ultima dovette soccombere. Orazio disse che “Graecia capta ferum victorem cepit”, cioè la Grecia catturata conquistò il feroce vincitore, perché i Greci trasportarono a Roma i loro dei, i loro culti, il loro stile di vita, la loro letteratura ed anche la loro magia.

Arrivò a Roma un gran numero di persone che parlavano greco; si moltiplicò la letteratura in greco, traduzioni ed adattamenti latini di drammi, poemi e miti greci; con la religione e la magia greca entrarono a Roma i culti misterici, guardati con enorme diffidenza per il loro carattere estatico ed orgiastico. Il dio Dioniso divenne Bacco, ma non perse la sua sfrenatezza: i Romani apprezzarono moltissimo i rituali dionisiaci, fatti di abbuffate di cibo e di vino, oltre che di incontri sessuali senza inibizioni. 
 
Lo storico Livio descrisse un baccanale, cerimonia a metà fra religione e magia, durante la quale veniva consumata una grande quantità di vino, che “infiammava i pensieri degli iniziati, così che i maschi si mescolavano con le femmine, la giovinezza con l’età avanzata ed ognuno aveva a portata di mano il piacere per cui aveva più inclinazione. Se qualcuno di loro era riluttante a sottomettersi, veniva sacrificato. Non considerare nulla immorale era da loro ritenuta la devozione religiosa suprema” (8).

Il primo Mistero importato fu quello di Cibele, divinità frigia venerata sotto l’aspetto di una pietra nera, probabilmente una meteorite; nel 204 a. C. la pietra fu traslata a Roma, dono del re di Pergamo, al quale i Romani avevano chiesto la preziosa reliquia poiché era stato letto sui Libri Sibillini che era opportuno far entrare una divinità straniera nella città, che fosse di aiuto contro i Cartaginesi. Appena i Romani si furono liberati dai nemici Cartaginesi, la dea ebbe un nuovo ed imponente tempio.
I rituali di Cibele erano orgiastici e sanguinari: chi voleva diventare sacerdote doveva, al culmine della trance, evirarsi per propiziare la resurrezione di Attis, sposo della dea; inoltre gli iniziati venivano incoraggiati a flagellarsi.
Come si può capire, la cosa non poteva certo essere gradita alle autorità romane, ma sugli strati inferiori della popolazione ebbe molto successo. Un autore romano disse: “Tutta la sozzura dell’Oriente si scarica nel Tevere”, alludendo ai perversi rituali stranieri che avevano trovato a Roma tanti seguaci.

Le pratiche deliranti, così care ai Greci ed agli Orientali, furono accolte con tale entusiasmo che nel 186 a. C. il senato si vide costretto a proibire i baccanali, tanto più che temeva che le riunioni diventassero, come già era successo, focolaio di attività eversive. Una tavola di bronzo, scoperta vicino a Catanzaro e conservata ora nel museo storico di Vienna, riporta il testo del decreto:

“Nessuno, né in privato, né in pubblico, né fuori di Roma, celebri cerimonie segrete se prima non si è rivolto al pretore urbano e non abbia ottenuto la sua autorizzazione, con l’approvazione del Senato. (…) Nessuno, uomo o donna, celebri riti in gruppi superiori alle cinque persone. (…) Se qualcuno agirà in contrasto con le decisioni prima ricordate, sia sottoposto alla pena capitale. (…) Tutti i Baccanali, con eccezione di quelli che si svolgono secondo le norme esposte, siano aboliti entro dieci giorni dal ricevimento delle tavole della legge” (9).

Nel 139 a. C. fu vietato agli astrologi di soggiornare nel territorio romano; le pratiche divinatorie, che davano ingiusto ed eccessivo potere ai singoli per la conoscenza del futuro, erano invece politicamente indispensabili per lo stato.  Plutarco ci informa che i Romani, tanto alieni da pratiche sanguinarie, sotto la minaccia dell’invasione dei Galli, nel 226 a. C., non esitarono a compiere una cerimonia quanto mai barbara: furono seppelliti vivi un uomo e una donna di nazionalità gallica ed un’altra coppia greca, per propiziare la sconfitta dei nemici. La stessa cerimonia fu ripetuta dieci anni dopo, quando l’andamento negativo della guerra contro i Cartaginesi spinse al sacrificio di altre due coppie di sventurati: uccidendo due del popolo nemico, secondo la magia nera, si portava alla morte l’intera popolazione avversaria. Il fatto che Greci e Galli fossero accomunati nel sacrificio dipendeva da un’usanza del IV secolo, quando i Romani si erano trovati ad affrontare i due popoli nemici contemporaneamente.

Nell’81 a. C. fu promulgata da Lucio Cornelio Silla la legge “De sicariis et veneficiis”, che proibiva le pratiche magiche, l’avvelenamento, l’aborto e l’assassinio per stregoneria. Già la “Legge dei Decemviri delle Dodici Tavole”, fatta per separare per la prima volta il diritto civile da quello religioso, aveva stabilito pene per coloro che dicevano il “malum carmen”, cioè incantesimi e formule magiche per nuocere a qualcuno. Con la severissima legge di Silla chi era sorpreso a fare magie rischiava la crocifissione o una passeggiata nell’Anfiteatro fra le belve (per altre notizie sulla stregoneria nella Roma antica, cliccate qui).

La legge arrivava in un momento quanto mai opportuno: le pratiche di bassa magia si stavano diffondendo per tutto il territorio; inoltre divinità greche, caldee, egizie, persiane e galliche contendevano agli dei romani un gran numero di fedeli, sacrifici, rituali, offerte e clero. Lo scrittore Petronio disse che in alcune città gli dei erano più numerosi degli abitanti; e già tempo prima il console Terenzio Varrone, che si era preso la briga di censirli attorno al 200 a. C., aveva scoperto che, fra dei maggiori, minori, culti stranieri, demoni, spiriti protettori ed eroi divinizzati ce n’erano quasi trecentomila. La magia popolare ed agricola dei primi Romani e dei popoli a loro vicini, i Marsi, i Sabini, i Sanniti e gli Etruschi, con i semplici riti della fertilità e le ricette per risanare i malati con rimedi naturali, aveva ormai lasciato il posto ai rituali complessi della stregoneria e della necromanzia, che avrebbero dato il via alle prime vere persecuzioni (file aggiornato nel Novembre 2005). 

 

Tratto da:IL CORRIERE DELLA SERA

Svelato un rito magico degli Etruschi

CHIUSI (Siena) – En thui ara enan, «non fare (o non porre) nulla qui». Una formula magica, quasi un sortilegio, al posto di un nome: quello del defunto, che gli archeologi si sarebbero aspettati di decifrare sulla parete della tomba etrusca dell’ Iscrizione, nella necropoli di Poggio Rienzo. Una scoperta insolita, quella resa nota dagli studiosi alla vigilia dell’ apertura al pubblico del sepolcro, prevista per sabato (dieci anni dopo il rinvenimento del sito). È la prima volta, infatti, che un’ iscrizione tombale etrusca non ripete le tradizionali formule onomastiche (nome, cognome, rapporti parentali), ma lancia un monito inquietante per chiunque entri nel sepolcro. Una frase semplice ma «di fondamentale importanza», sostiene l’ archeologo Roberto Sanchini, uno degli studiosi che hanno interpretato l’ epigrafe, per la conoscenza della lingua etrusca, tra le più misteriose del mondo; un ambito di studi in cui ancora oggi chiarire il significato di singole parole o acquisirne di nuove è estremamente rilevante. L’ interpretazione delle parole ara enan (la prima riferita a un’ azione nel campo del «fare», la seconda un pronome indefinito) aiuterà a fare chiarezza sulla traduzione dei passi più complessi del Liber Linteus conservato a Zagabria, il libro rituale che è anche il testo più esteso in lingua etrusca che sia giunto fino a noi. Le novità della Tomba dell’ Iscrizione, però, non si fermano qui: nella sepoltura è stata infatti ritrovata una fossa con i resti composti di almeno nove persone, probabilmente appartenenti alla stessa famiglia, inumati tra la metà del VI e i primi decenni del V secolo avanti Cristo. Si tratta di una seconda cerimonia funebre, forse eseguita dopo che un evento naturale aveva sconvolto la sepoltura originaria, e in cui a fianco dei corpi sono stati collocati alcuni oggetti – come alcuni piattelli rovesciati e infranti; altra traccia rarissima di rituali magico-religiosi.

 

                                             

 

 

Gli etruschi e il loro mondo magicoultima modifica: 2009-02-24T21:26:20+01:00da moonfaire
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