LIBRO PRIMO: LA MAGIA NATURALE

Cornelio Agrippa

img?i=1471&a=310
CAPITOLO I

Come v’hanno tre sorta di mondi, l’Elementale, il Celeste e l’intellettuale, e come ogni cosa inferiore è governata dalla sua superiore e ne riceve le influenze, in modo che l’Archetipo stesso e Operatore sovrano ci comunica le virtù della sua onnipotenza a mezzo degli angeli, dei cieli, delle stelle, degli elementi, degli animali, delle piante, dei metalli e delle pietre, cose tutte create per essere da noi usate; così, non senza fondamento, i Magi credono che noi possiamo agevolmente risalire gli stessi gradini, penetrare successivamente in ciascuno di tali mondi e giungere sino al mondo archetipo animatore, causa prima da cui dipendono e procedono tutte le cose, e godere non solo delle virtù possedute dalle cose più nobili, ma conquistarne nuove più efficaci. Perciò essi cercano scoprire le virtù del mondo elementale a mezzo della Medicina e della Filosofia naturale, servendosi dei differenti miscugli delle cose naturali e le connettono poi alle virtù celesti attraverso i raggi e le influenze astrali e mercé le discipline degli Astrologhi e dei Matematici. Fortificano infine e confermano tutte queste conoscenze con le sante cerimonie della Religione e con la potenza delle intelligenze superiori.In questi miei tre libri io mi sforzerò di comunicare l’ordine ed il procedimento di tutte queste cose.

Il primo libro conterrà la Magia Naturale, il secondo la Celeste e il terzo la Cerimoniale.

Non so però se si potrà perdonare ad un uomo come me, di ingegno e capacità letterarie non eccelsi, d’aver osato affrontare sin dalla mia adolescenza un compito così difficile e oscuro. Per conseguenza non pretendo che si presti fede a quanto dirò in misura maggiore di quella che non sia per essere approvata dalla Chiesa e dai suoi fedeli seguaci.

CAPITOLO II.

Che cosa sia la Magia, in alquante parti si divida e quali requisiti debba possedere chi la professa.

La Magia è una scienza poderosa e misteriosa, che abbraccia la profondissima contemplazione delle cose più segrete, la loro natura, la potenza, la qualità, la sostanza, la virtù e la conoscenza di tutta la natura; e ci insegna in quale modo le cose differiscano e si accordino tra loro, producendo perciò i suoi mirabili effetti, unendo le virtù delle cose con la loro mutua applicazione e congiungendo e disponendo le cose inferiori passive e congruenti con le doti e virtù superiori.

La Magia è la vera scienza, la filosofia più elevata e perfetta, in una parola la perfezione e il compimento di tutte le scienze naturali, perché tutta la filosofia, regolare Si divide in Fisica, Matematica e Teologia.

La Fisica ci svela. la essenza delle cose terrene, le loro cause, i loro effetti, le loro stagioni, le loro proprietà, ne anatomizza le parti e ricerca quanto posso concorrere a renderle perfette, secondo questi interrogativi:

Quali elementi compongono le cose naturali? Quale è l’effetto del calore, Cosa sono la terra e l’aria e cosa producono? Qual’è l’origine dei cieli? Da che dipendono le maree e l’arcobaleno? Chi presta alle nubi il potere di generare i fulmini che fendono l’aria? Qual’è la forza occulta che fa errare pei cieli le comete e fa entrare la terra in convulsione? Donde traggono origine le miniere d’oro e di ferro?

La Fisica, che è la scienza speculativa di tutte le cose naturali, risponde a tutte queste domande.

La Matematica poi ci fa conoscere le tre dimensioni della natura e ci fa

comprendere il movimento e il cammino dei corpi celesti. E, come dice

Virgilio,

…..perché il Sole governi coi dodici segni il mondo, perché le Pleiadi e le due Orse e tutte le altre stelle percorrano le vie del cielo, perché ci sia dato vedere le eclissi di Sole e di Luna, perché il Sole tramonti presto d’inverno e renda così lunghe le notti.

Di più la Matematica ci permette prevedere i cambiamenti del tempo e ci fa conoscere le stagioni più propizie alla semina e al raccolto e quando sia opportuno, correre i mari con le navi o abbattere gli alberi nelle foreste.

La Teologia ci fa comprendere cosa è Dio, la mente, gli angeli, le intelligenze, i demoni, l’anima, il pensiero, la religione, i sacramenti le cerimonie, i templi, le feste e i misteri. Essa tratta della fede, dei miracoli, della virtù delle parole e delle immagini, delle operazioni secrete e dei segni misteriosi e, come dice Apuleio, ci insegna le regole dei cerimoniali e quanto la Religione ci ordina ci permette e ci vieta.

La Magia racchiude in se queste tre scienze così feconde di prodigi, le fonde insieme e le traduce in atto. Perciò a ragione gli antichi l’hanno stimata la scienza più sublime e più degna di venerazione.

Gli autori più celebri vi si sono applicati e l’hanno posta in luce e tra essi si sono assai distinti Zamolxis e Zoroastro, così da esser poi reputati da molti gl’inventori di questa scienza. Abbaris, Charmondas, Damigeron, Eudosso, Hermippo hanno seguito le loro tracce, nonché altri illustri autori, fra cui citiamo Trismegisto Mercurio. Porfiria, Giamblico, Plotino, Proclo, Dardano, Orfeo di Tracia, il greco Gog, Germa il babilonese, Apollonio di Tiana e Osthane, di cui Democrito Abderita ha commentato e posto in luce le opere che erano sepolte nell’oblio. Di più Pitagora, Empedocle, Democrito, Platone, e altri sommi filosofi, hanno compito lunghi viaggi per apprenderla e una volta di ritorno in patria hanno dimostrato quanto la stimassero e l’hanno tenuta nascosta gelosamente. Si sa anche che Pitagora e Platone invitarono presso loro per apprenderla sacerdoti di Memfi e che visitarono quasi tutta la Siria, l’Egitto, la Giudea e le scuole Caldea per non ignorarne i grandi e misteriosi principi e per possedere una tale scienza divina.

Coloro dunque che vorranno dedicarsi allo studio della Magia, dovranno conoscere a fondo la Fisica, che rivela le proprietà delle cose e le loro virtù occulte; dovranno esser dotti in Matematica, per scrutare gli aspetti e le immagini degli astri, da cui traggono origine le proprietà e le virtù delle cose più elevate; e infine dovranno intendere bene la Teologia che dà la conoscenza delle sostanze immateriali che governano tutte coteste cose. Perché non vi può esser alcuna opera; perfetta di Magia, e neppure di vera Magia, che non racchiuda, tutte e tre queste facoltà.

CAPITOLO III.

Dei quattro elementi delle loro qualità e della loro mutua mescolanza.

V’hanno quattro elementi che costituiscono la base di tutte le cose materiali, e cioè il fuoco, la terra, l’acqua e l’aria, che compongono tutte le cose terrene, non per fusione, ma per trasmutazione e per aggruppamento e in cui tutte le cose si risolvono quando si corrompono. Nessuno di tali elementi si trova allo stato di purezza; essi sono più o meno amalgamati tra loro e sono suscettibili di trasmutarsi l’un l’altro. Così la terra trasmutandosi in fango e diluendosi si cangia in acqua e una volta seccata e ispessita ritorna a essere terra e evaporandosi pel calore diventa aria e quest’aria, surriscaldata, si cambia in fuoco e questo fuoco, una volta spento, ridiviene ancora aria e raffreddandosi ancora più si metamorfosa in terra, in pietra, o in zolfo, come avviene a esempio della folgore.

Platone crede che la terra non sia affatto trasmutabile e che gli altri elementi sieno trasmutabili in essa e tra loro reciprocamente.

Pertanto la terra non trasmutata è separata dalle cose più Sottili, ma è sciolta e mescolata in queste che la sciolgono e di nuovo migra in sè stessa.

Ciascun elemento ha due qualità specifiche, di cui la prima gli è caratteristica e inscindibile e l’altra è transattiva e comune a un altro elemento. Così il fuoco è caldo e secco, la terra è secca e fredda, l’acqua è fredda e umida e l’aria è umida e calda. Quando le due qualità sono tutte e due opposte, gli elementi sono contrari fra loro, come il fuoco e l’acqua, la terra e l’aria. V’è ancora un’altra specie d’opposizione tra gli elementi, perché alcuni, la terra e l’acqua, sono pesanti e altri, l’aria e il fuoco, leggieri. Perciò gli stoici chiamano passivi i primi due elementi e attivi gli altri due. Di più Platone stabilisce un’altra distinzione e dà tre qualità a ciascun elemento, ossia: la chiarezza, o penetrazione, la rarefazione e il moto al fuoco; l’ottusità la densità e l’immobilità alla terra. E per queste qualità la terra e il fuoco sono contrari. Gli altri elementi prendono da questi le loro qualità: l’aria infatti prende due qualità dal fuoco, la rarefazione e il moto, e una dalla terra, l’ottusità; invece l’acqua ne prende due dalla terra, l’oscurità e lo spessore, e una dal fuoco, il moto. Però il fuoco è due volte più rarefatto dell’aria, tre volte più mobile e quattro volte più attivo; l’aria è due volte più attiva dell’acqua, tre volte più rarefatta e quattro volte più mobile; l’acqua è due volte più attiva della terra, tre volte più rarefatta e quattro volte più mobile. Così il fuoco ha lo Stesso rapporto con l’aria, che l’aria con l’acqua e l’acqua con la terra e reciprocamente la terra con l’acqua, l’acqua con l’aria e l’aria col fuoco.

E questa è la radice ed il fondamento di tutti i corpi, nature, virtù ed opere ammirabili. Perciò chiunque conoscerà le proprietà degli elementi e le loro mescolanze, potrà agevolmente operare prodigi e eccellere nella Magia naturale.

CAPITOLO IV.

Dei tre modi diversi di considerare gli elementi.

Per operare alcunché di efficace in Magia, occorrerà dunque possedere la conoscenza perfetta dei quattro elementi indicati. Ciascuno di tali elementi possiede tre qualità differenti; cosìcché il quaternario si completa nel duodenario e, progredendo attraverso al settenario e al denario, giunge a quella suprema unità da cui derivano tutte le virtù e tutte le meraviglie.

Gli elementi del primo ordine sono quelli puri, non composti, non trasmutabili, non suscettibili di mescolanze e incorruttibili e non da essi, ma per essi, le virtù delle cose naturali rivelano i loro effetti, perché possono tutto in tutto; e colui che le ignora non potrà operare nulla di meraviglioso.

Gli elementi del secondo ordine sono composti differenti e impuri. Si può pertanto ridurli con l’arte alla semplicità e alla purezza e quando siano restituiti alla loro semplicità, la loro virtù è sovra ogni cosa e dà il complemento di tutte le operazioni occulte e della natura delle operazioni. E questi sono i fondamenti di tutta la Magia naturale.

Gli elementi del terzo ordine non sono elementi nella loro essenza e per se stessi, ma sono decomposti, dissimili, provvisti di più sorta di qualità e possono cambiarsi reciprocamente l’uno nell’altro. Essi sono un mezzo infallibile e perciò si chiamano la natura di mezzo, o l’anima della natura mediana. Pochi ne intendono i profondi misteri; da essi dipende, per certi numeri ordini e gradi, la perfezione d’ogni effetto; per essi si possono operare meraviglie in tutte le cose naturali celesti e supercelesti, nonché nella Magia, tanto naturale che divina. Perché per essi Si compiono i legami, le dissoluzioni e le trasmutazioni di tutte le cose, si perviene a conoscere e predire l’avvenire, e da essi discende lo sterminio dei cattivi demoni e la conciliazione dei buoni spiriti.

Nessuno dunque s’illuda di poter operare alcunchè nelle scienze segrete magiche e naturali, senza queste tre specie di elementi e senza ben conoscerli. Ma colui che saprà ridurli e trasformarli l’uno nell’altro, gli impuri in puri, i composti in semplici, e discernerne la natura intima e la virtù e possanza in numero grado e ordine, perverrà agevolmente alla perfetta conoscenza delle cose naturali e dei segreti celesti.

CAPITOLO V.

Delle mirabili nature del fuoco e della terra.

Ermete dice che per ottenere effetti meravigliosi bastino il fuoco e la terra, passiva questa, attivo quello. Il fuoco, dice Dionisio, appare in tutte le cose e per ogni cosa e non è in nessuna cosa a un tempo, perchè illumina tutto, può restando occulto e Invisibile quando esiste per sè stesso e non si accompagna alla materia sulla quale esercita la sua azione e per mezzo della quale si rivela. Esso è immenso e invisibile, atto per sua virtù alla propria azione, mobile, capace di comunicarsi a quanto gli si avvicini; esso rinnova le forze e conserva la natura, rischiara, è incomprensibile pel fulgore che lo circonda e che lo copre; esso è chiaro, diviso, tendente a salire, elevato senza diminuzione, atto a muovere non appena è mosso; esso comprende gli altri elementi, restando incomprensibile, senza aver bisogno di alcuno di essi, è atto a crescere per propria virtù e a comunicare la sua grandezza agli oggetti che riempie di sé; esso è attivo, poderoso, presente invisibilmente in ogni cosa; esso non vuol essere negletto, esso riduce la materia, esso è impalpabile e indiminuibile, quantunque si comunichi prodigalmente.

Il fuoco, dice Plinio, è una parte immensa e illimitatamente attiva delle cose naturali e non è agevole giudicare se sia più fecondo nel produrre o più possente nel distruggere. Il fuoco penetra ovunque e presenta la proprietà, indicata dai pitagorici, di dilatarsi in alto e rischiarare, di restringersi in basso, dove resta tenebroso, e di prestare alla sua parte mediana un po’ di ciascuna delle sue proprietà. Esso è unico nella sua specie, agisce in modo diverso sui soggetti a cui si comunica e si distribuisce differentemente sulle varie cose, come Cleante dimostra in Cicerone. Il fuoco di cui noi ci serviamo è latente in ogni sostanza: nella pietra, da cui sprizza col semplice colpo d’un martello, nella terra, che fumiga ove la si frughi; nell’acqua, che riscalda le fontane e i pozzi; nell’aria, che così di frequente vediamo infiammarsi. E ogni essere vivente e ogni animale e ogni pianta si nutrirono di calore e quanto vive, non vive che per il fuoco che racchiude.

Le proprietà del fuoco superno sono il calore che feconda tutte le cose e la luce che a tutto dà vita.

Le proprietà del fuoco terreno sono l’ardore che tutto consuma e l’oscurità che tutto Isterilisce. Ma il fuoco celeste e luminoso fuga gli spiriti delle tenebre e impregna il nostro fuoco terreno della sua essenza e di quella di colui che disse: ” Io sono la luce del mondo ” e che è il vero fuoco e il padre d’ogni luce, da cui noi abbiamo tutto ricevuto, che è disceso a rispandere in terra il fulgore del suo fuoco e che l’ha comunicato prima al sole e agli altri corpi celesti, influenzandoli delle sue proprietà. Così, come gli Spiriti delle tenebre sono più forti in mezzo alle tenebre intere, gli spiriti benigni, che sono gli angeli della luce, diventano più forti non solo nella luce divina solare o celeste, ma benanco fra quella derivata dal nostro fuoco terreno. Per tale motivo coloro che primi hanno trattato di cose di religione e di cerimonie, hanno stabilito che non debbano praticarsi orazioni, salmodie, ne alcuna sorta di cerimonia, senza avere in primo luogo acceso qualche cero (nello stesso modo Pitagora ha detto non doversi parlare di Dio senza aver luce) e hanno voluto che si tenessero ceri e fuochi accesi presso i cadaveri per allontanarne gli spiriti maligni. E l’Onnipossente stesso voleva, nell’antica Legge, che tutti i sacrifici gli venissero offerti col fuoco e che il fuoco bruciasse perennemente sull’altare, come le Vestali del resto praticavano presso i Romani, conservandolo e vigilandolo di continuo.

Però la base d’ogni elemento è la terra, che è l’oggetto, il soggetto e il ricettacolo di tutti i raggi e di tutte le influenze celesti. Essa racchiude le semenze d’ogni cosa e contiene tutte le virtù seminali, il che l’ha fatta chiamare animale vegetale e minerale, perché una volta fecondata dagli altri elementi e dai cieli, è capace di per sé stessa di generare ogni cosa. Essa è suscettibile d’ogni sorta di fecondità e, come la prima madre, capace di essere il punto di partenza d’un accrescimento illimitato d’ogni cosa, in modo che è il fondamento il centro e la madre di tutto. Per quanti segreti naturali voi possiate carpirle, purché le sia concesso di ristorare le sue forze e di restare esposta all’aria, essa non tarda a ridiventare fertile e feconda sotto gl’influssi astrali e produce da sola piante, vermi, animali, pietre e metalli. E una volta purificata dal fuoco, che le rende la vecchia semplicità e purezza, rinnovella inesauribile i suoi profondi secreti, così che resta la materia prima della nostra creazione il vero rimedio per la nostra restaurazione e conservazione.

CAPITOLO VI.

Delle mirabili nature dell’acqua dell’aria e dei venti.

Gli altri due elementi, l’acqua e l’aria, non sono meno possenti e la natura non cessa di operare per essi effetti mirabili. L’acqua è tanto necessaria che nessun animale può vivere senza di essa, e nessuna erba o pianta può spuntare se l’acqua non la irrora. Essa rinserra la virtù seminale d’ogni cosa, non esclusi gli animali di cui il seme è acquoso in modo evidente, ne le frutta e le erbe, perché quantunque le loro sementi sieno terrestri, non potrebbero certo divenire feconde, se l’acqua non le inumidisse, sia con l’imbeversi dell’umidità della terra, della rugiada, o della pioggia, sia con l’innaffiarle espressamente. Mosè dice che solo la terra e l’acqua sono capaci di produrre la vita e attribuisce all’acqua la facoltà di generare i pesci e i volatili. Anche la Scrittura conferma che l’acqua prende parte alla produzione della terra, chiedendo: “perché gli alberi e le piante non danno frutto? Perché Dio non aveva ancora fatto piovere sulla terra”.

La potenza dell’acqua è tanto grande, che senza di essa è impossibile ogni rinascita spirituale, come Cristo stesso ha testimoniato con le sue parole a Nicodemo. I suoi effetti sono anche rilevanti nelle espiazioni e nelle purificazioni, in cui non è meno utile del fumo e tutto quanto in natura ha il potere di generare, di nutrire e di far crescere, trae le sue virtù da questo elemento. Perciò Talete Milesio e Esiodo l’hanno proclamata il principio d’ogni cosa, il più antico e il più possente degli elementi, quello che ha il predominio sugli altri, perché, come dice Plinio, l’acqua inghiotte la terra, spegne il fuoco, si eleva nell’aria, in forma di nube si rende padrona del cielo e risolvendosi in pioggia fa nascere tutto ciò che produce la terra. Plinio e molti altri storici hanno descritto un’infinità di meraviglie dell’acqua e anche Ovidio ne menziona le virtù:

Perché l’acqua del fiume Hammon è gelata a mezzodì e calda al mattino e alla sera? Si dice che le acque dell’Athamante sieno capaci d’incendiare il bosco, quando la luna sia nuova. V’ha presso i Ciconii un fiume, le cui acque induriscono come pietre gl’intestini di chi le abbia bevute e rendono simili al marmo gli oggetti che vi siano stati immersi. Lungo le coste di Sibari v’hanno acque capaci di dare ai capelli il colore dell’ambra e dell’oro e, cosa più sorprendente, altre capaci di cambiare non solo il corpo ma anche l’anima. Chi non ha udito parlare delle acque di Salmas e dei laghi d’Etiopia? Chi abbia bevuto di tali acque, diventa frenetico o cade in letargo. Le acque della fonte Clitoria fanno prendere in avversione il vino. Invece quelle del fiume Lynceste inebriano come il vino più generoso. V’ha in Arcadia il lago Feneo, di cui le acque sono innocue bevute durante il giorno e dannose se bevute di notte.

Giuseppe parla d’un certo fiume sito tra Arcea e Raphanea, città della Siria, che straripa la domenica e diventa asciutto durante gli altri sei giorni della settimana, come se le sue sorgenti venissero a un tratto a inaridirsi, per abbondare ancora di acque nel settimo giorno.

Le Sante Scritture menzionano la piscina di Gerusalemme, nella quale colui che discendeva per primo dopo che l’angelo ne aveva turbato le acque, guariva d’ogni malanno. La stessa virtù si narra avesse una fonte dedicata alle Ninfe Ioniche nei pressi del villaggio d’Eraclea, lungo le rive del fiume Cytherone. Pausania racconta che v’ha una fontana sul monte Lycaeus, in Arcadia, chiamata Agria, a cui si rendeva dopo i sacrifici il ministro di Giove in tempi di siccità. Immergendo allora nelle sue acque un ramo di castagno e agitandole, si elevavano dalla fonte spessi vapori che non tardavano a condensarsi in nubi a coprirne il cielo e al risolversi in pioggia abbondante e benefica. Fra molti altri autori, citeremo altresì Rufus, medico d’Efeso, che ha scritto cose sorprendenti sulle meraviglie delle acque e che, a mia, cognizione, non si trovano in nessun altro autore.

Resta ora da parlare dell’aria, che è uno spirito vitale che penetra ogni essere e tutti li fa vivere, agitando tutto e tutto riempiendo di se. Perciò i dottori ebrei non la classificano tra gli elementi, ma la giudicano un legame tra i differenti esseri e una essenza che tonifica gl’ingranaggi della natura. L’aria è la prima a ricevere le influenze celesti, che poi comunica agli altri elementi semplici e a quelli misti; essa riceve altresì, come uno specchio divino, le impressioni di tutte le cose, naturali e celesti, non escluse le parole e i discorsi, se ne impregna e a misura che penetra nei corpi degli uomini e degli animali, fornisce loro materia pei sogni, pei presagi e per gli auguri. Perciò accade che coloro che passino per i luoghi ove sia stato ucciso un uomo, o interrato di fresco un cadavere, si sentano invadere dal timore o dallo spavento. Perché l’aria in cotesti luoghi s’è impregnata degli effluvi delittuosi, o delle emanazioni cadaveriche, e diventa generatrice di terrore. Tutto ciò che agisce prontamente e produce una impressione violenta, commuove la natura e per tale fenomeno molti filosofi hanno ritenuto l’aria la causa dei sogni e in genere d’ogni impressione spirituale. L’aria si carica delle rassomiglianze provenienti dagli oggetti e dalle parole, che si riverberano per i sensi sino all’immaginazione e all’anima di chi le riceve pel tramite dell’epidermide, disposta appunto così da poter essere un buon mezzo ricettivo. Di più l’aria resta influenzata dalle emanazioni astrali, risentite più o meno dai differenti soggetti, a seconda della disposizione naturale. In tal modo un uomo può, in modo naturale e senza il scorso d’alcun altro Spirito, comunicare a un altro uomo il proprio pensiero, per quanto grande sia la distanza che intercorra fra loro, e in meno di un giorno, benché non si possa precisare il tempo occorrente alla comunicazione. E’ cosa che ho visto fare e che ho fatto io spesso e che già fu fatta dall’abate Tritemio.

Plotino c’insegna anche il modo con cui gli oggetti, sia spirituali che corporali, producono certe emanazioni, per esempio per influenza dei corpi sui corpi, e come tali emanazioni si fortifichino nell’aria e si presentino e si mostrino ai nostri sensi e ai nostri occhi, tanto per mezzo della luce che del moto. Così noi vediamo, quando spira il vento del mezzogiorno, l’aria condensarsi in lievi nubi in cui, come in uno specchio, si riflettono immagini lontanissime di castelli, di montagne, di cavalli e d’uomini, immagini che svaniscono a misura che le nubi si disperdono nella lontananza. Riguardo alle meteore, Aristotile dimostra che l’arcobaleno si forma per riverbero su una nuvola, in qualche modo come in uno specchio. E Alberto il Grande dice che le immagini dei corpi possono formarsi facilmente nell’aria che è umida, nel modo istesso che le immagini delle cose sono nelle cose. Racconta altresì Aristotile d’un uomo, debole di vista, a cui l’aria serviva da specchio; il suo raggio virtuale si rifletteva sopra lui, senza ch’egli giungesse a rendersi conto del fenomeno, e gli sembrava scorgere la propria ombra precederlo. Nello stesso modo si posano trasmettere nell’aria ogni sorta di immagini, per quanto lontane, a mezzo di certi specchi e fuori di questi specchi, immagini che dagli ignoranti sono reputate figure di demoni o di spiriti, abbenché non sieno in effetti che immagini inanimate di cose vicine. E’ anche noto che praticando in un luogo oscuro un piccolo forellino attraverso al quale possa filtrare un raggio di sole, e sottoponendo al fascio luminoso un foglio di carta bianca, o uno specchio, si rende visibile sul foglio o sullo specchio quanto avviene all’esterno. Effetto ancora più meraviglioso , sebbene noto a pochi, si ottiene dipingendo un’immagine o scrivendo parole e esponendole di notte, con tempo sereno e con la luna piena, ai raggi della luna. Le immagini, moltiplicatesi nell’aria, tratte in alto e riflesse insieme ai raggi lunari, saranno attraverso grandi distanze da un altro conscio della cosa vedute lette e conosciute nel disco o circolo della luna; il quale artificio è utilissimo per comunicare Secreti alle città e paesi assediati e una volta era praticato da Pitagora, ed ancora oggi da alcuni, e parimente a me non è ignoto.

Tutti questi fenomeni, nonché altri ancora più considerevoli, riposano sulla natura dell’aria e derivano le loro applicazioni dalla Matematica e dall’ottica. E non solo tali riflessioni impressionano la vista, ma benanco l’udito, com’è dimostrato dall’eco, e v’hanno segreti mercé i quali un uomo può udire quanto è detto da un altro, anche di nascosto.

L’aria origina i venti, che non sono che aria commossa e eccitata, e di cui i principali, che spirano dai quattro angoli del cielo, sono quattro: Noto dal mezzodi, Borea dal settentrione, Zefiro dall’occidente e Euro dall’oriente, così presentati nei seguenti due versi di Pontanus:

A summo Boreas, Notus imo spirat Olympo.

Occasum insedit Zephyrus, venit Eurus ab ortu.

Noto è nebuloso e umido, caldo e malaticcio e San Girolamo lo chiama datore di pioggie. Ovidio così lo descrive:

Il vento Noto spicca il volo con ali umide, coprendosi il volto, terribile d’oscurità, come d’una maschera di pece. La folta sua barba lascia gocciolare l’acqua lungo i fili d’argento. Le nubi s’indugiano sulla sua fronte. Dalle ali e dal seno lascia cadere acqua.

Ma Borea, il vento del settentrione, violento e rumoroso, scaccia le nubi, raffrena l’aria e fa gelare l’acqua. Ovidio lo fa così parlare di se:

Io ho una mia possanza per la quale fo tremare e fugo le nubi tristi, che mi sono sommesse. Io atterro gli alberi, condenso i vapori e copro la terra di ghiaccio. Io son sempre lo stesso quando incontro gli altri venti sotto la volta dei cieli, che è il mio pianoro; io mi batto così vigorosamente, che l’aria che divide i nostri corpi ne rimbomba e che sprizzano scintille dal cavo delle nubi. Quando io sono rientrato e me ne sto chiuso nel fondo degli antri della terra, i mani se ne stanno inquieti e la terra sussulta.

Zefiro, chiamato anche Favonio, è un vento leggerissimo che soffia dall’occidente ed è dolce freddo e umido. Raddolcisce i rigori invernali e produce tutte le erbe e tutti i fiori.

Euro, che gli è contrario e che si chiama altresì Subsolare ed Apoleote dall’Oriente, è un vento acquoso, nebuloso e divorante. Ovidio parla così di tutti questi venti:

Eurus ad Auroram, Nabahaeque regna recessit,

Perfidaque, radiis fuga subdita matutinis.

Vesper et occiduo quae littora sole tepescunt,

Proxima sunt Zephyro. Scythiam septemque triones

Horrifer invasit Boreas contraria tellus

Nubibus assiduis, pluvioque madescit ab Austro.

CAPITOLO VII.

Dei corpi composti dei loro rapporti con gli elementi e dei rapporti fra gli elementi e l’anima, i sensi e i costumi.

Ai quattro elementi semplici succedono immediatamente i quattro corpi composti perfetti, cioè le pietre, i metalli, le piante e gli animali e quantunque tutti gli elementi concorrano alla composizione di ciascuno di questi corpi, ciascun corpo è maggiormente influenzato da un dato elemento. Infatti le pietre provengono dalla terra, essendo pesanti e tendendo al basso e così impregnate di secchezza ch’è impossibile liquefarle. I metalli sono acquosi e fusibili e, com’è riconosciuto dai fisici e dai chimici, sono generati da un’acqua densa e vischiosa o dal mercurio che anche esso è acquoso. Le piante hanno tali rapporti con l’aria, che non potrebbero spuntare e svilupparsi che in piena aria. Tutti gli animali infine traggono la loro forza dal fuoco e la loro origine dal cielo e il fuoco è tanto naturale in essi, che non potrebbero vivere senza.

Ciascuno di questi corpi è poi contraddistinto dalle diverse qualità degli elementi. Così, fra le pietre, quelle oscure e più pesanti derivano dalla terra; quelle trasparenti provengono dall’acqua e citiamo fra queste il quarzo, il berillo e le perle; quelle che galleggiano sull’acqua e sono spugnose, come la pietra pomice e il tufo, sono materiate di aria; e alcune, come la pirite l’asbesto e la pietra focaia, sono composte di fuoco. Anche tra i metalli, alcuno, come il piombo e l’argento, è composto di terra, altri, come il mercurio, d’acqua e così pure il rame e lo stagno derivano dall’aria e l’oro e il ferro dal fuoco.

Nelle piante le radici traggono origine dalla terra pel loro spessore, le foglie dall’acqua pel succo, i fiori dall’aria per la sottigliezza, le sementi dal fuoco per lo spirito generativo. Inoltre ve n’hanno di calde, di fredde, di umide e di secche, che prendono i loro nomi dalle qualità degli elementi. Fra gli animali alcuni sono dominati dalla terra e vi s’annidano, i vermi, ad esempio, e le talpe; altri, i pesci, dall’acqua; altri, gli uccelli, dall’aria; altri dal fuoco, come le salamandre e le cicale, nonché i piccioni lo struzzo ed i leoni, che son pieni di calore e che il saggio chiama bestie dall’alito infuocato. Di più negli animali le ossa hanno rapporto con la terra, la carne con l’aria, lo spirito vitale col fuoco e gli umori con l’acqua. E la collera è come il fuoco, il sangue come l’aria, la pituita come l’acqua, la bile come la terra. Infine nell’anima, secondo il parere di Sant’Agostino, l’intelletto è simile al fuoco, la ragione all’aria, l’immaginazione all’acqua e i sentimenti alla terra. La stessa disposizione si osserva nei sensi, perché la vista, che è attiva mercé la luce che deriva dal fuoco, partecipa del fuoco; l’udito dell’aria, il suono provenendo dalla percussione dell’aria; l’odorato e il gusto dell’acqua, senza la cui umidità non potrebbero esistere i sapori e gli odori; e il tatto è affatto terrestre e si riferisce precipuamente ai corpi più spessi. Questa analogia non manca neanche negli atti umani, perché il moto tardo e grave ha della terra; il timore la lentezza e la pigrizia hanno rapporto con l’acqua; la gaiezza e l’amabilità con l’aria; e l’impeto e l’ira rassomigliano al fuoco.

Gli elementi dunque primeggiano in tutte le cose e in tutti gli esseri, ne costituiscono l’intera composizione e le proprietà e comunicano loro le proprie virtù.

CAPITOLO VIII.

Della maniera con cui gli elementi si ritrovano nei cieli, negli astri, nei demoni, negli angeli e in Dio stesso.

E’ opinione comune fra i platonici che come nel mondo archetipo tutto si trovi in tutte le cose, lo stesso avvenga nel mondo corporale, con la sola differenza che vi si trova in modo diverso, a seconda cioè la differente natura dei soggetti che ricevono le influenze o le impressioni. Così gli Elementi sono non solo in tutte le cose terrene, ma anche nei cieli, nelle Stelle, nei demoni, negli angeli e in Dio Stesso, che è il creatore e l’animatore di tutte le cose. Ma se gli elementi s’incontrano in questo mondo inferiore sotto forme grossolane e materializzate, nei cieli invece sono allo stato di purezza e in tutta la loro potenza. Così la solidità della terra non avrà nulla di grossolano e di materiale, l’agilità dell’aria non sarà velata da alcuna nebulosità, il calore del fuoco non avrà ardori, ma solo splendori e vivificazioni.

Tra gli astri Marte e il Sole partecipano del fuoco, Giove e Venere dell’aria, Saturno e Mercurio dell’acqua e quelli dell’ottavo cielo della terra, così come la Luna (che altri nonpertanto credono essere composta d’acqua,) per la ragione che a simiglianza della terra attrae le acque celesti e imbevuta di esse ce le trasmette e comunica per la sua vicinanza.

Tra le costellazioni alcune sono dominate dal fuoco, altre dall’aria, dalla terra e dall’acqua, perché gli elementi governano i cieli e vi distribuiscono le loro quattro qualità secondo i loro tre ordini differenti e il principio il mezzo e la fine di ciascuno di essi. Così l’Ariete prende il suo principio dal fuoco, il Leone il suo progredire e il suo accrescimento, il Sagittario la sua fine; il Toro trae il solo principio dalla terra, la Vergine il suo progresso, il Capricorno la sua fine; i Gemelli prendono il loro principio dall’aria, la Bilancia il progresso, l’Acquario la fine; il Cancro prende il principio dall’acqua, lo Scorpione il suo progresso, i Pesci la fine.

Gli elementi formano dunque e compongono con la loro mescolanza tutti i corpi, non esclusi i pianeti e i segni zodiacali. Lo stesso dicasi degli spiriti, di cui alcuni rassomigliano al fuoco o alla terra e altri all’aria o all’acqua, e lo stesso è detto da alcuni dei quattro fiumi infernali, di cui Flegetonte partecipa del fuoco, Cocito dell’aria, Stige dell’acqua e Acheronte della terra. La Santa Scrittura parla del fuoco che soffrono i dannati e l’Apocalisse menziona uno stagno di fuoco. Isaia dice che i dannati saranno percossi da Dio con aria corrotta, Giobbe dice che dal tormento delle acque gelate passeranno a quello d’un estremo calore e che v’ha una terra di tenebre e di sofferenze coperta dall’oscurità della morte.

Gli elementi si trovano egualmente in tutto ciò che appartiene al cielo. Degli angeli, che sono i saldi sgabelli del Signore, s’incontrano la stabilità dell’essenza e la forza della terra, unita alla clemenza e all’amore, che sono le virtù dell’acqua purificatrice. Perciò il Salmista li chiama le acque, quando dice a Dio: Voi che governate le acque che stanno al disopra dei cieli. E in essi v’ha l’aria d’una intelligenza sublimata e l’amore del fuoco che brilla, così che le Sante Scritture li chiamano le ali dei venti e il Salmista, facendo altrove menzione di essi, dice: Tu che fai spiriti gli angeli tuoi e fuoco ardente i tuoi ministri.

Fra gli angeli alcuni partecipano della natura del fuoco e sono i Serafini, le Virtù e le Potenze; i Cherubini partecipano della terra, i Troni e gli Arcangeli dell’acqua, le Dominazioni e i Principati dell’aria. E del Supremo Fattore non è forse detto che la terra s’apra e generi il Salvatore e non è egli chiamato nelle Sante Scritture sorgente di acqua viva, parificante e rigeneratrice, e soffio vitale? Mosè e San Paolo non dicono anche che egli è un fuoco divorante?

Nessuno può dunque negare che gli elementi non si trovino ovunque e in primo luogo in tutte le cose di questo mondo inferiore, sebbene impuri e grossolani, nonché nelle cose celesti in cui s’incontrano più puri e più nitidi e infine in ciò che è al disopra dei cieli allo stato della perfezione assoluta. Gli elementi dunque sono: nell’archetipo le idee di tutto ciò che si produce, nelle intelligenze le potenze, nei cieli le virtù e sulla terra le forme più crasse.

CAPITOLO IX.

In che modo i poteri delle cose naturali dipendano immediatamente dagli elementi.

Alcuni dei poteri naturali, come quelli di riscaldare, di raffreddare, d’inumidire e di seccare, sono puramente elementari e si chiamano operazioni primordiali o qualità che seguono l’atto, perché di per se stessi son capaci di trasformare la sostanza di tutte le cose, il che nessun altra qualità saprebbe fare. Altri risiedono nelle cose, provengono dagli elementi che li compongono e possiedono maggiori attività delle virtù primordiali, come quelli che maturano, che fanno digerire, che risolvono, che rammolliscono, che indurirono, che detergono, corrodono, bruciano, che sono aperitivi, evaporativi, confortanti, lenitivi, compressivi, attrattivi, dilatanti e via dicendo. Ciascuna qualità elementare compie, una volta amalgamata, più operazioni che non potrebbe compiere rimanendo isolata e queste operazioni si chiamano qualità secondarie, sempre secondo la natura e in proporzione del miscuglio delle virtù primordiali, come viene trattato ampiamente nei libri di medicina. I cambiamenti che si operano nella sostanza della materia, sono causati sia dal calore naturale che dal freddo. Talora queste operazioni si compiono sopra un membro determinato, come quelle che provocano le orine, o il latte, o i mestrui nella donna, e queste qualità si chiamano terze e seguono le seconde come le seconde seguono le prime. Perciò v’hanno malattie causate così dalle prime che dalle seconde e terze qualità, le quali si guariscono con queste qualità stesse.

V’hanno anche molte cose stupefacenti, che si possono fare artificialmente come il fuoco che stralcia l’acqua, chiamato fuoco greco, di cui Aristotile ci ha lasciato diverse ricette nel trattato particolare che ne ha composto. Nello stesso modo si può preparare un fuoco che si spegne con l’olio e che si accende con l’acqua fredda, fuoco chiamato acqua ardente, di cui la preparazione è ben conosciuta e che non consuma che sé stesso; e si fanno fuochi che non si spengono, oli incombustibili, lampade perpetue che non possono essere spente ne dal vento né dall’acqua, Cosa affatto incredibile se non vi fosse la testimonianza di quella famosa lampada accesa una volta nel tempio di Venere, nella quale brucia la pietra asbesto, che non può più spegnersi una volta accesa. Al contrario si può preparare il legno, o qualunque altra cosa combustibile, in modo che non possa essere attaccato dal fuoco; allestire miscele che consentano di stringere impunemente fra le mani il ferro rovente o d’immergere le mani entro un metallo fuso e perfino di passare attraverso il fuoco senza pericolo di sorta. Infine vi è una specie di lino chiamato da Plinio asbestum, che è assolutamente refrattario all’azione del fuoco e Anaxilao dice che l’albero che ne sia avviluppato, può essere abbattuto, senza che sia possibile percepire alcun rumore.

CAPITOLO X.

Dei poteri occulti delle cose.

Oltre i citati, le cose racchiudono altri poteri non derivati dagli elementi, quali il neutralizzare l’effetto d’un veleno, il combattere gli antraci, l’attirare il ferro e altri. Tali poteri derivano dalla specie e dalla forma delle cose ciò che fa sì che le piccole quantità non producono sempre piccoli effetti come avviene per la qualità d’un elemento, perché tali poteri essendo formali possono produrre grandi effetti con poca materia, mentre le qualità elementari, per agire molto, richiedono molta materia. E si chiamano poteri, o proprietà, occulti, perché le loro causali ci sfuggono e lo spirito umano non può penetrarli. Perciò solo i filosofi hanno potuto, pel lunga esperienza piuttosto che per ragionamento, acquistarne in parte la conoscenza. Per esempio i cibi vengono digeriti entro lo stomaco mercé il calore, che noi conosciamo, ma vengono trasformati non per mezzo del calore, perché in tal caso si trasformerebbero meglio al fuoco anziché nello stomaco, ma per una certa virtù occulta, che ignoriamo. Così v’hanno nelle cose qualità elementari e cognite e virtù naturali e insite in loro che ammiriamo pur Senza poterle penetrare. Di ciò ci da’ un esempio la Fenice, che è un uccello che rinasce dalle sue ceneri come narrò Ovidio. Matreo s’era fatto ammirare assai dai greci e dai romani allevando una bestia selvaggia che divorava se stessa. Chi non si meraviglierebbe, apprendendo che v’hanno peSci che vivono sotterra, menzionati da Aristotile, da Teofrasto e dallo storico Polibio nonché pietre che cantano descritteci da Pausania? Effetti tutti dei poteri Occulti.

Così lo struzzo può digerire il ferro pel nutrimento del suo corpo e il pesciolino chiamato ecneide frena l’impetuosità dei venti, doma l’ira dei flutti e arresta le navi per quante vele esse possano portare. Così le salamandre e le bestiole dette pyraustae vivono nel fuoco e non ne sono consumate e le Amazzoni strofinavano le loro armi con un certo bitume atto a preservarle da Ogni logorio e dall’azione del fuoco, bitume adoperato da Alessandro il Grande per le porte caspie che erano di bronzo. Si dice altresì che l’arca di Noè, costrutta tanti secoli addietro e che esiste tuttora sui monti dell’Armenia, fosse stata spalmata di detto bitume.

Altre simili meraviglie sono appena credibili. Gli storici antichi menzionano i Satiri, che avevano figura metà umana e metà bestiale e che nondimeno erano esseri ragionevoli. San Girolamo stesso riferisce che un Satiro parlò un giorno a Sant’Antonio eremita, condannando in sé l’errore dei gentili d’adorare gli animali e scongiurandolo a pregare Iddio per lui, e che un altro Satiro venne offerto in dono all’imperatore Costantino.

CAPITOLO XI.

In che modo i poteri occulti vengano infusi nelle cose per mezzo delle idee, mediante l’Anima del mondo e i raggi delle stelle, e delle cose che possiedono tali poteri in grado maggiore.

I platonici dicono che tutte le cose terrene ricevono le loro idee dalle idee superiori e definiscono l’idea una forma unica, semplice, pura, immutabile, indivisibile, incorporea, eterna, che è superiore alle anime e alle intelligenze. La natura di tutte le idee è unica e tutte le idee derivano dal bene istesso, vale a dire da Dio, e solo differiscono tra loro per certe ragioni relative. Tutto quanto v’ha al mondo è immutabile e unico e tutte le cose si accordano tra loro perché Dio non sia una sostanza differente, così che in Dio tutte le idee sono una forma, e perché l’intelligenza, ossia l’anima del mondo, sia imbevuta di esse e perché la natura riceva dalle forme infuse per le idee come una specie di germi inferiori. Infine esse mettono come ombre nella materia.

Si può aggiungere che nell’anima del mondo v’hanno tante fogge seminali delle cose, quante idee v’hanno nello spirito divino, per le quali questo ha impresso nei cieli negli astri e nelle immagini le loro proprietà. Tutti i poteri e le proprietà delle specie inferiori dipendono dunque dagli astri, dalle immagini e dalle proprietà, in modo che ciascuna specie dipende da una data immagine celeste da cui trae il potere per agire, qualità che le è propria e che riceve dalla sua idea mercé le fogge seminali dell’anima del mondo. Perché le idee non solo sono la causa dell’essere, ma anche la causale delle diverse virtù che s’incontrano in una data specie e i filosofi dicono che le virtù che esistono nella natura delle cose agiscono sotto l’imperio di altre virtù più stabili, che non sono fortuite, ma efficaci, poderose, infallibili e che non producono nulla d’inutile o di vano. Queste virtù sono operazioni delle idee e non errano che accidentalmente e solo per impurità o ineguaglianza della materia e in tal modo le cose della stessa specie sono dotate di virtù maggiore o minore secondo la purezza o l’impurità della materia. Così che i platonici hanno potuto enunciare che le virtù celesti sono infuse secondo i meriti della materia e Virgilio lo ricorda quando canta:

Igneus est ollis vigor, et coelestiso origo seminibus, quantum non noxia corpora tardant.

Perciò le cose che ricevettero in grado minore l’idea della materia, vale a dire quelle che ricevettero a preferenza la rassomiglianza dei corpi separanti, possiedono virtù maggiori e più efficaci, simili all’operazione delle idee separate.

Dunque ora noi sappiano che la situazione e la figura dei corpi celesti sono la causa d’ogni virtù attiva che si riscontra nelle specie inferiori.

CAPITOLO XII.

Come sopra individui diversi, anche della stessa specie, i poteri esercitino varia influenza.

L’aspetto e la situazione dei corpi celesti prestano ad alcuni individui poteri singolari così meravigliosi come alle specie, perché non appena alcun individuo subisca l’influenza d’un oroscopo fisso o d’una costellazione, riceve un certo potere particolare e mirabile di agire, di soffrire, o di ricevere, oltre quello che gli proviene dalla sua situazione e dalla specie a cui appartiene e ciò tanto per l’influenza dei corpi celesti, che per la corrispondenza, la sottomissione e l’obbedienza della sostanza delle cose prodotte e generate dall’anima del mondo, proprio nel modo istesso come i nostri corpi obbediscono alle nostre anime, perché noi sentiamo ciò che ciascuna forma ci fa concepire. I nostri corpi sono mossi dalle cose aggradevoli e ne sono attratti o respinti e lo stesso accade sovente delle anime celesti, quando esse concepiscono idee differenti. Così in natura v’hanno assai cose che sembrano essere prodigi dell’immaginazione dei movimenti superiori, il che fa sì che non solo le cose naturali ma anche assai spesso quelle artificiali, ricevano virtù differenti, soprattutto quando l’anima di chi opera si sforza in tal senso. Ciò ha fatto dire ad Avicenna che tutto quanto si opera quaggiù esiste in precedenza nei moti e nelle idee delle stelle. Così in tutte le cose si esplicano effetti inclinazioni e abitudini differenti, non solo per le differenti disposizioni della materia, ma anche per le diverse influenze che ricevono e per le forme diverse non per differenza specifica ma particolare. Dio stesso, che è la causa prima d’ogni cosa, distribuisce tali diversità e le cause seconde, angeliche e celesti, cooperano con lui, disponendo la materia corporea e le altre cose che vi si riferiscono. E Dio comunica tutte le virtù, per mezzo dell’anima del mondo, con la potenza particolare delle idee o immagini e delle intelligenze superiori e col concorso dei raggi e degli aspetti delle stelle, mercé una concordanza armonica e particolare.

CAPITOLO XIII.

Donde provengano i poteri occulti delle cose.

Tutti sanno che la calamita ha il potere speciale di attrarre il ferro, potere che perde quando viene influenzata dal diamante. Nel modo istesso l’ambra e il balascio, strofinati e riscaldati, attirano la paglia. La pietra asbesto, una volta accesa, non si spegne più, o almeno non è possibile spegnerla senza sforzo. L’aetite fortifica il frutto delle donne e delle piante. Il diaspro arresta il sangue. La remora è capace di arrestare un vascello in moto. Il rabarbaro placa l’ira. Il fegato del camaleonte, bruciato, eccita la pioggia e i fulmini. Il carbonchio luccica nell’oscurità. La pietra eliotropio limita la vista e rende invisibile chi la porta. La sinochitide evoca i demoni. L’anachite fa apparire gli spiriti celesti. L’ennectis infonde virtù divinatorie in colui che l’abbia con se dormendo. V’ha in Etiopia una certa erba che si dice prosciughi gli stagni e faccia aprire tutto ciò che è chiuso. I re di Persia usavano munire i loro ambasciatori dell’erba latace, affinché non avessero mancato di nulla ovunque fossero andati. Un’altra erba di Sparta, o della Tartaria, mangiata o soltanto messa in bocca, rende poi possibile il resistere dodici giorni senza mangiare ne bere. Apuleio riferisce in proposito avergli rivelato gli dei che v’hanno più sorta di erbe e di pietre, mercé le quali l’uomo potrebbe sempre conservarsi in vita, ma che non gli è permesso di conoscerle, perché, quantunque la sua vita sia breve, egli non si stanca di consacrarla al male. Nessuno degli scrittori che si Sono occupati delle proprietà delle cose, Ermete, Aron, Bochus, Orfeo, Teofrasto, Tebith, Zenothemi, Zoroastro, Evax, Dioscoride, Isacco l’ebreo, Zaccaria il babilonese, Alberto, Arnaldo, ha spiegato l’origine di tali proprietà. Tutti, nonpertanto, hanno asserito quello che Zaccaria scrive a Mitridate, che nelle virtù delle pietre e delle erbe è insita una grande forza ed il destino umano.

Nondimeno Alessandro il Peripatetico opina che tali poteri provengono dagli elementi e dalle loro qualità, il che potrebbe esser credibile, se le loro qualità non fossero d’una stessa specie. Per tal motivo gli Accademici, seguendo la opinione di Platone attribuiscono tali poteri alle idee che formano le cose. Avicenna pretende invece che provengano dalle intelligenze, Ermete dagli astri e Alberto dalle forme specifiche delle cose. Tali differenze di opinioni sono in fondo più apparenti che reali, ove si rifletta che Dio, che è il principio e la fine di ogni virtù, dà l’impronta delle sue idee alle intelligenze, le quali, eseguendole fedelmente, le comunicano ai cieli e alle stelle, dalle quali si riverberano poi sulle cose e che le forme sono da lui distribuite pel ministerio delle intelligenze, create per invigilare sulle opere sue, così che tutti i poteri delle pietre, delle erbe e dei metalli vengono conferiti a mezzo di tali intelligenze. La forma e i poteri provengono dunque anzitutto dalle idee, poi dalle intelligenze che governano e guidano, poi dall’aspetto dei cieli e infine dalla disposizione degli elementi corrispondenti alle influenze astrali. Le operazioni vanno dunque compite sulle cose visibili in terra, mercé le forme espresse; nei cieli, mercé le virtù che dispongono sulle intelligenze, operando per una sorta di mediazione; presso l’archetipo, per mezzo delle idee e delle forme esemplari.

Così in ogni erba e in ogni pietra sono racchiusi poteri e virtù mirabili e altri ancora più grandi nelle stelle e inoltre ogni cosa riceve alcunché dalle intelligenze superiori, e soprattutto dalla prima causa, che tutte le cose si uniscono per esaltare in un concerto armonioso, simile a certi inni sciolti in onore del sovrano padrone. Tale l’invito dei santi fanciulli della fornace di Caldea:

“Benedite il Signore, o cose tutte che germinate sulla terra, e quanto popola le acque e gli uccelli del cielo e le bestie e le pecore, ed assieme i figli degli uomini”.

L’accordo e il legame di tutte le cose con la causa prima e la loro corrispondenza con gli esemplari divini e con le idee eterne, costituiscono dunque esclusivamente la causa necessaria degli effetti. Ogni cosa ha il suo posto fisso e determinato nell’archetipo, per cui vive e da cui trae origine, e tutte le virtù delle erbe, delle pietre, dei metalli, degli animali, delle parole e di quanto altro esista, dipendono e provengono dalla divinità, la quale, sebbene operi a mezzo delle intelligenze e dei cieli, pure talora compie da se le sue operazioni, senza ricorrere al ministerio di tali forze. Queste operazioni si chiamano miracoli. Le cause prime agiscono per una specie di comando o di ordine e le cause seconde, che Platone e altri chiamano ministri, per una specie di necessità. La divinità le suscita e le sospende a suo piacere e in tali sue disposizioni Si compendiano i suoi maggiori miracoli. Così il fuoco poté essere innocuo ai santi fanciulli nella fornace di Caldea; con il sole si arrestò per un giorno al comando di Giosuè e indietreggiò di dieci linee, o dieci ore, alla preghiera di Ezechia; così, durante la passione del Cristo, il sole Si oscurò di pieno giorno. Ne è possibile con alcuna indagine o ragionamento, con alcuna magia, con alcuna scienza, per quanto segrete e profonde, penetrare e conoscere i modi di tali operazioni; ma bisogna apprenderli e ricercarli a mezzo degli Oracoli divini.

CAPITOLO XIV.

Cosa sia lo Spirito del Mondo e quale sia il legame dei poteri occulti.

Democrito, Orfeo e molti pitagorici, che hanno ricercato accuratamente le virtù dei corpi celesti e dei corpi inferiori, hanno detto che in ogni Cosa si racchiude alcunché di divino e non senza ragione, poiché non v’ha cosa alcuna, per quante virtù essa s’abbia, che possa esser contenta della propria natura senza il soccorso della potenza divina. Ora essi chiamavano dei le virtù divine diffuse nelle cose, virtù che Zoroastro chiama attrattori divini, Sinesio attrattive simboliche, altri vite, altri ancora anime, da cui dicono dipendere le virtù delle cose, o anche una materia che si diffonde spiritualmente sulle altre materie su cui opera, nel modo istesso con cui l’uomo estende il suo intelletto sulle cose intelligibili e la Sua immaginativa sulle cose immaginabili e questo intendevano dire quando, per esempio, asserivano che l’anima usciva da un essere per entrare in un altro essere allo scopo di affascinarlo e di immobilizzarlo, nel modo istesso che il diamante impedisce alla calamita di attrarre il ferro. Perciò, essendo l’anima il primo mobile, che agisce e si muove volentieri da se stessa e per se stessa e il corpo, o la materia, essendo inabile o insufficiente a muoversi da se stesso, si dice esser necessario un mediatore più eccellente capace di riunire il corpo all’anima. E questi è lo Spirito del mondo, che si dice essere la quinta essenza, perché non proviene dai quattro elementi, ma è come un quinto elemento superiore ad essi e che sussiste senza di essi. Vi è dunque assoluto bisogno d’un tale spirito affinché le anime celesti giungano a penetrare in un corpo grossolano e a comunicargli le loro meravigliose qualità e ciò tanto nella materia del mondo che in quella del corpo umano. E come le anime nostre comunicano mercé lo spirito le loro forze alle nostre membra, così la virtù dell’anima del mondo si rispande sopra tutte le cose mercé la quintaessenza, giacché non esiste nulla nell’universo che non sia influenzato da qualche particella della sua virtù e che sia affatto privo del suo potere. In virtù di tale spirito, tutte le qualità occulte si diffondono sulle erbe, sulle pietre, sui metalli e sugli animali, attraverso il sole, la luna, i pianeti e le stelle che sono superiori ai pianeti. E tale spirito ci sarà tanto più utile, quanto più sapremo separarlo dagli altri elementi e quanto meglio sapremo servirci delle cose in cui sarà penetrato con più abbondanza, contenendo esso ogni virtù produttiva e generativa. Perciò gli alchimisti cercano estrarre o separare questo spirito dall’oro, per applicarla in seguito a ogni sorta di altre materie simili, vale a dire ai metalli, così da trasmutarle in oro o in argento. Come noi abbiamo fatto e come abbiamo visto fare, pur non potendo produrre una quantità maggiore di oro di quella originaria da cui avevamo estratto lo spirito. Ciò perché, non essendo questo spirito condensato, non può contro le sue proporzioni e dimensioni rendere perfetto un corpo imperfetto. Non nego però che la cosa si possa ottenere con altri artifici.

CAPITOLO XV.

In che modo occorra ricercare e controllare i poteri delle cose per mezzo della rassomiglianza.

E’ dunque provato come le cose possiedano proprietà occulte non derivate dalla natura elementare, ma insite in modo celeste, occulte ai nostri spensi e che la ragione stenta a comprendere, le quali provengono dallo spirito del mondo pel tramite dei raggi stessi delle stelle e non possono essere conosciute che con l’esperienza e le congetture. Perciò, volendo conoscerle, occorrerà considerare che tutte le cose sono in movimento e si convertono in cose simiglianti e inclinano verso sé stesse tanto in proprietà, vale a dire in virtù occulta, che in qualità, ossia in virtù elementare, nonché talora in sostanza, come si può constatare di tutto ciò che sia immerso a lungo nel sale che si tramuta in sale, perché ogni corpo agente, una volta che abbia incominciato ad agire, non si tramuta in un corpo inferiore, ma, in un certo modo e per quanto gli sia possibile, in un corpo simigliante e che abbia rapporto con esso. Cosa che possiamo constatare negli animali sensitivi, nei quali la virtù nutritiva non trasforma la carne o gli alimenti in erba o in pianta, ma bensì in carne sensibile. Così nelle cose ove v’abbia qualche eccesso di qualità o di proprietà come calore, ardire, freddo, timore, tristezza, collera, amore, odio, o qualche potere, sia naturale che procurato per artifizio o acquisito per azzardo accidente o abitudine, come la spudoratezza in una meretrice, tali cose eccitano grandemente a una medesima qualità passione o potenza, e in tal modo il fuoco suscita il fuoco, l’acqua l’acqua, una persona ardita l’arditezza.

I medici sanno che un cervello ne aiuta un altro, un polmone un altro polmone e perciò dicono che la persona che abbia gli occhi cisposi si guarisce col sospenderle al collo involto in un drappo bianco, l’occhio destro di una rana o di un granchio, se l’occhio ammalato è il destro, e l’occhio sinistro pel sinistro. Ugualmente le zampe d’una tartaruga guariscono i mali dei piedi, sempre applicando al piede offeso l’arto corrispondente dell’animale e così pure gli animali sterili causano la sterilità e i fecondi la fecondità, cose che si manifestano soprattutto a mezzo dei testicoli, della matrice e delle orine e che spiegano come una donna che prenda tutti i mesi orina di mulo, o alcunché che vi sia stato lasciato a macerare, non possa concepire.

Volendo dunque compartire qualche proprietà o qualche virtù, bisognerà conoscere in quali animali o in quali cose si riscontri più accentuata tale proprietà o virtù e fare uso della parte in cui la proprietà abbia maggiore vigore. Per farsi amare, ad esempio, occorre scegliere fra gli animali più caldi, colombo, tortora, passero, rondine e usarne le parti in cui predomina lo stimolo venereo, cuore, testicoli, matrice, verga, sperma, mestrui, e ciò nella stagione propizia alla fregola, perché allora le proprietà di tali parti sono molto più energiche. Egualmente, per aumentare l’ardire, occorre munirsi degli occhi, del cuore, o della fronte d’un leone o d’un gallo. In questo senso va inteso ciò che dice Psello platonico, che i cani, i corvi, i galli aiutano a vegliare; e così pure l’usignuolo, il pipistrello e la civetta e di questi specialmente il capo, il cuore e gli occhi. Chi porta seco il cuore d’un corvo, non può dormire; la testa del pipistrello, attaccata al braccio destro, produce lo stesso effetto; la rana e il gufo fanno parlare molto, soprattutto ove se ne usi la lingua o il cuore, e la lingua di una rana, collocata sotto il capo d’un dormente, lo la sognare e parlare nel sogno. Si dice pure che il cuore d’un gufo, collocato sulla mammella sinistra d’una donna addormentata, le faccia rivelare tutti i suoi segreti e che lo stesso risultato si ottenga con il cuore d’una civetto o con grasso di lepre applicati sul petto della dormente. Gli animali di lunga vita contribuiscono a far vivere lungamente e tutte le cose che racchiudono in se la virtù di rinnovarsi contribuiscono a rinnovare i nostri corpi e a ringiovanirli, cosa evidente nei confronti della vipera e in generale dei serpenti e nessuno ignora come il cibarsi di serpi valga a ringiovanire i corvi. Ugualmente la fenice si fa rinascere dalle proprie ceneri e dalla zampa destra d’un pellicano, tenuta immersa per tre mesi in letame caldo, si genera un pellicano. I medici sfruttano tali poteri e con misture di carni di tali animali e elleboro sanno restituire talora a un corpo la stessa giovinezza promessa e procacciata da Medea alla vecchia Pelia. Si è infine anche opinato, che il suggere il sangue caldo che sgorga da una ferita inferta a un orso, possa accrescere le forze, dato che tale animale è assai vigoroso.

CAPITOLO XVI.

In qual modo i differenti poteri si trasfondano dall’una alla altra cosa e s’influenzino reciprocamente.

Le cose naturali hanno tanto potere, che non solo lo esercitano verso le cose con cui vengono a contatto, ma comunicano addirittura a queste cose il loro steso potere. Così la calamita non solo attira gli anelli e le catene di ferro, ma li rende capaci di attrarre a loro volta altri oggetti di ferro. Perciò si dice che una donna pubblica infetti della sua impudenza quanti le si avvicinano e che indossandone le vesti o la camicia o specchiandosi in uno specchio in cui sia solita rimirarsi, si divenga arditi impudenti e lussuriosi. Così pure un sudario funebre sarà impregnato di qualità saturniane e la corda dell’impiccato ha proprietà meravigliose. Plinio assicura che, ricoprendo di terra una lucertola verde dopo averle crepato gli occhi e mettendo insieme in un recipiente di vetro alcuni anelli o catene con ferro o oro, allorché la lucertola abbia ricuperato la vista, si possano efficacemente adoperare gli anelli o le catene a guarire le cisposità degli occhi o a preservarne. La stessa cosa si pratica con la donnola. Dopo averle cavato gli occhi, si collocano per un certo tempo gli anelli in nidi di passeri o di rondini e dopo si impiegano a suscitare l’amore o la benevolenza.

CAPITOLO XVII.

Come si possano conoscere e sperimentare i poteri delle cose mercé la loro concordanza e la loro contrarietà.

Ci resta da connotare come tutte le cose abbiano tra loro simpatie e contrarietà, così che non v’ha nulla che non abbia da temere alcuna cosa, la quale le è ostile e nociva, e al contrario non abbia qualche altra cosa che le è gradita e giovevole. Tra gli elementi il fuoco è contrario all’acqua, l’aria alla terra e son tra loro d’accordo. Tra i corpi celesti Mercurio, Giove, il Sole e la Luna sono amici di Saturno e Marte e Venere gli sono contrari; tutti i pianeti, Marte eccettuato, sono amici di Giove e ugualmente tutti odiano Marte, eccetto Venere; Giove e Venere amano il Sole; Marte Mercurio e la Luna gli sono contrari; tutti amano Venere, salvo Saturno; amici di Mercurio sono Giove Venere e Saturno, nemici il Sole la Luna e Marte; della Luna sono amici Giove Venere e Saturno e Marte e Mercurio sono nemici. Un’altra inimicizia o contrarietà fra i pianeti si riscontra quando abbiano domicili opposti, come tra Saturno e il Sole e la Luna, tra Giove e Mercurio, tra Marte e Venere e la contrarietà è tanto più grande, quanto più i pianeti hanno opposte le esaltazioni, come Saturno e il Sole, Giove e Marte, Venere e Mercurio. Invece l’amicizia è tanto più grande, quanto più i pianeti abbiano la stessa natura, qualità, sostanza, potenza, o virtù, come tra Marte e il Sole, tra Venere e la Luna, tra Giove e Venere. Così dicasi dei pianeti che abbiano la loro esaltazione nel domicilio di un altro, come Saturno e Venere, Giove e la Luna, Marte e Saturno, il Sole e Marte, la Luna e Venere. Le amicizie e le contrarietà dei corpi superiori si riverberano identiche sui corpi inferiori loro soggetti.

Tali amicizie e inimicizie non sono altro che certe inclinazioni che le cose hanno mutuamente l’una per l’altra, desiderio reciproco che non si appaga che pel possesso, ovvero antipatia per la cosa contraria, che è abborrita e accanto alla quale non è possibile trovar riposo.

Basandosi su tale concezione, Eraclito ha preteso che tutte le operazioni Si compiano per contrarietà e per simpatia. Le inclinazioni dei corpi vegetali e minerali sono della natura di quelle nutrite dalla calamita pel ferro, dallo smeraldo per la ricchezza, dal diaspro per la produzione e per la generazione, dall’agata per l’eloquenza. Così la nafta attrae il fuoco e vi si precipita dentro quando esso le si avvicina; la radice dell’erba aproxis, come la nafta, attrae il fuoco da lungi; la palma maschio e la palma femmina si desiderano tanto, che non appena un ramo dell’una sfiora un ramo dell’altro, si piegano e si allacciano e l’albero femmina non dà frutto senza dell’albero maschio e l’amigdale solitaria è meno feconda. L’olmo e l’oppio amano la vite; l’olivo e il mirto, il fico e l’olivo si amano reciprocamente. Negli animali si riscontra simpatia tra il merlo e il tordo, tra la cornacchia e lo stornello, tra il pavone e il colombo, tra la tortora e il pappagallo, come documenta Saffo nei suoi versi a Faone:

e le bianche colombe si dilettano spesso dei pavoni variopinti e il pappagallo verde ama la nera tortorella.

Anche l’arsella e la balena sono amiche, ne l’amicizia si riscontra solo tra animali, ma altresì tra i metalli e i corpi vegetanti. Le gatte amano tanto il puleggio selvatico, che lo strofinarsi contro una tal pianta vale a farle concepire, anche senza l’intervento del maschio. E le cavalle di Cappadocia s’espongono al soffio del vento, che le alletta tanto da fecondarle. Le rane, i rospi, i serpi e ogni sorta d’animali e d’insetti striscianti, amano un’erba chiamata sedano del riso, che i medici dicono faccia morire ridendo chi se ne sia cibato. La tartaruga morsicata da un serpente, si guarisce cibandosi d’origano; la cicogna che abbia mangiato qualche serpe, trova nell’origano un efficace contravveleno; la donnola, prima di assalire il reattino, si pasce di ruta. Ciò ci indica che l’origano e la ruta possiedono virtù contro i veleni e che certi

LIBRO PRIMO: LA MAGIA NATURALEultima modifica: 2010-09-18T00:55:00+02:00da admin
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento