Misteri: L’autocombustione umana

Le cronache degli ultimi anni sono piene di quello che patologi,esperti,scienziati,periti medico legali, e i vigili del fuoco, sostengono non essere possibile : l’autocmbustione umana.
Il primo caso riconosciuto come “sospetta autocombustione” viene riconosciuto 1725, durante il processo per uxoricidio di Nicole Millet.
Incriminato per l’omicidio della moglie,il marito e locandiere Millet. Fu  prosciolto perchè il suo avvocato riuscì a dimostrare che la vittima non era stata gettata volontariamente nel camino, ma aveva preso spontaneamente fuoco, per perire poi, letteralmente consumata dalle fiamme in pochi minuti, forse colpita dalla vendetta divina.

Si giunse a questa conclusione, esaminando i resti della povera vittima che andavano in contrasto con la teoria dell’accusa, che voleva la donna gettata nel camino.

La donna, o meglio quel che ne restava , giaceva a circa trenta centimetri dal camino, completamente consumata dalle fiamme, intorno a lei circa quaranta centimetri di pavimento erano bruciati, mentre tutto il resto era intatto; nemmeno il mobilio sembravano essere stato danneggiato dalle fiamme.

Nel 1951, Mary Reeser fu trovata carbonizzata nel suo appartamento. Ovvero, del suo corpo furono trovati solo un ammasso di ceneri, un teschio carbonizzato e il piede sinistro intatto.
La spiegazione degli inquirenti fu che la donna si era addormentata con la sigaretta accesa, dopo aver bevuto o assunto dei sonniferi, che la vestaglia che indossava fosse facilmente infiammabile e avesse preso fuoco. Solo il medico legale si meravigliò del fatto che, nonostante le altissime temperature che l’incendio avrebbe dovuto raggiungere per consumare il corpo a quel modo, l’appartamento e l’intero edificio non fossero stati  lesionati.

Ma già nel 1731, e proprio in Italia, senza alcun collegamento apparente con i casi successivi, si era generato un evento che, a ragione, poteva essere ricondotto all’autocombustione.

 

Scrive Sabina Marchesi

A Verona vive, agiatamente, la ricca contessa Cornelia Bandi, donna integerrima, abitudinaria, dotata di una salute di ferro e di una rigida disciplina, sessantadue anni, perfetta lucidità mentale e di costumi assai morigerati e spartani.
Una sera, dopo aver conversato come d’abitudine con la sua cameriera personale, si corica, per non rialzarsi mai più.
Al mattino, quando in conformità alle abitudini della casa, la domestica si reca in camera da letto per svegliare la sua padrona,  si trova davanti a uno spettacolo spaventoso.
Il pavimento della camera era cosparso di grosse macchie umide e vischiose, mentre un liquido giallastro colava lungo la finestra”, il letto appariva intatto, ma le coperte indicavano chiaramente che la contessa si era coricata per poi rialzarsi, forse in preda a un malore, e crollare al suolo infine a pochi metri di distanza. Del suo corpo rimaneva solo un soffice mucchio di cenere, mentre le gambe, intatte, ancora infilate nelle lucide calze di seta, giacevano a terra, oltre quello di lei restava solo parte della calotta cranica.
Nessuno allora naturalmente si azzardò a parlare di autocombustione, ma il medico legale e il magistrato responsabile delle indagini si spinsero fino a inserire nel rapporto finale l’esplicita frase Sembra che nel petto della contessa si sia acceso un fuoco spontaneo”, che non lasciava adito a dubbi sulla conclusione del caso.
Nel 1782, sempre in Francia, a Caen, una donna , anch’essa anziana, e dedita all’alcool, fu ritrovata quasi nelle medesime condizioni della moglie dell’albergatore di Reims. “Il capo era posto su uno degli alari, a quarantacinque centimetri dal fuoco. Il resto del corpo giaceva di traverso, davanti al camino, ed era ridotto ad un mucchietto di ceneri. Benchè fosse una giornata fredda, nel focolare c’ erano solo due o tre pezzi di legno bruciati”. La supposizione che fosse perita cadendo nel caminetto dunque non era sostenibile dai fatti, difficile morire carbonizzati se il fuoco era debole e fiacco.

È il 1904 invece, quando a Grimsby, in Gran Bretagna, un contadino vede passando una cameriera intenta a spazzare la cucina, completamente concentrata nella sua opera,  mentre intanto i suoi abiti avevano preso fuoco. Solo quando l’uomo iniziò a urlare, la donna si volse verso di lui e sembrò rendersi conto che c’era qualcosa che non andava, altrimenti avrebbe continuato imperterrita a pulire il pavimento. Salvatasi solo per il pronto intervento del contadino,  una volta ascoltata, dichiarò di non sapere assolutamente come fosse potuto accadere, che era lontana dal camino e dai fornelli, e che comunque oltre a non ricordare nulla, non aveva sentito alcun dolore, nonostante le gravi ustioni che le furono ritrovate sul corpo. Il contadino confermò la sua versione, nessuna fonte di calore apparente si trovava nelle immediate vicinanze, ma allora “come aveva potuto prendere fuoco a quel modo, e soprattutto, come poteva non essersene nemmeno accorta?”.

Nel 1905 si verifica il primo caso documentato di combustione umana che vede coinvolte più persone, la famiglia Kiley, composta da marito e moglie, viene soccorsa dai vicini allarmati da uno strano rumore. Quello che vedono è inspiegabile. Il marito giace a terra completamente carbonizzato, la moglie, meno devastata dalle fiamme, invece, è ancora tranquillamente seduta in poltrona. Nonostante la vicinanza nemmeno un grido o un gemito fu udito dai vicini, i due sembravano essere stati uccisi simultaneamente e repentinamente da una combustione violenta di origini sconosciute che non aveva lasciato nessun’altra traccia nell’ambiente.

Gran Bretagna, 1907, la signora Cochrane, che vive sola,  brucia in religioso silenzio nella sua stanza. Dell’accaduto, classificato come incidente domestico non si sa davvero molto, ma il Daily News dichiarò che Era talmente arsa da renderne impossibile il riconoscimento, in pratica di lei non era rimasto nulla.

Nel 1908 assistiamo al primo caso di apparente combustione spontanea, pilotato e messo sotto silenzio dalle autorità locali. Le circostanze emerse dalle prime deposizioni ricalcano fedelmente lo scenario della Contessa Bandi. A Whitley Bay, nel Northumberland, Margaret Dewar trovò sua sorella Wilhelmina in piena fase di combustione. Uscita a precipizio per chiedere soccorso, rientrò nella camera da letto dopo pochissimi minuti appena, in compagnia dei vicini, che dovettero constatare la morte della povera donna. Le lenzuola e le coperte erano intatte, non vi era alcuna traccia di fumo o di incendio nella stanza, al di là di quelle localizzate sul cadavere. Un fatto inspiegabile.

Nel corso del processo tuttavia la testimone principale ritrattò la sua versione, sostenendo che la sorella era stata rinvenuta al piano terra,  e solo in seguito trasportata sul letto, questo tacitamente avvallava una manomissione della scena dell’incidente e inficiava buona parte dei rilievi effettuati, motivando così adeguatamente l’incapacità dell’equipe  legale a giustificare le reali modalità del decesso.

Un lungo salto temporale fino al 1922, prima di ritrovare un altro caso possibile di autocombustione. Sydenham, Gran Bretagna, di Euphemia Johnson, perita in un incendio, viene trovata con le ossa calcinate, nel suo appartamento intatto, e le vesti che ricoprono i suoi miseri resti risultano perfettamente integre. A prescindere dalla violenza che un incendio avrebbe dovuto generare per ridurre a quel modo delle ossa umane, come sarebbe stato possibile conciliare l’altissima temperatura necessaria con lo stato dei locali, non minimamente colpiti dalle fiamme, e con l’assoluta integrità degli abiti che, desolatamente ricoprivano delle ossa perfettamente calcinate?

Nel 1960 a  Pikeville, U.S.A. il primo caso universalmente noto di probabile autocombustione di gruppo. La polizia scopre in un’auto miracolosamente intatta i resti di cinque cadaveri completamente carbonizzati e dichiara: “Gli occupanti dell’abitacolo erano posizionati proprio come se fossero seduti in macchina. Con tutto il calore che è stato liberato durante la combustione, meraviglia che non abbiano cercato di scappare”.

L’anno dopo in Francia, ad Arcis-sur-Aube, nel 1971,  Lèon Eveil viene trovato bruciato dentro la propria macchina, l’auto non ha riportato alcun danno, la tappezzeria non è annerita dal fumo,  e solo il sedile su cui l’uomo era collocato riportava tracce di bruciature, nessuno avrebbe potuto incendiare altrove il corpo per poi trasportarlo lì perché gli si sarebbe frantumato tra le mani, il cadavere giaceva in posizione seduta, come intento alla guida, perfettamente rilassato, e nessuna spiegazione logica venne avanzata in merito dagli inquirenti.

In Pennsylvania, nel 1964, i resti di Helen Conway furono rinvenuti nella sua camera da letto. Ma il caso venne frettolosamente archiviato come incidente domestico, perché la donna era una forte fumatrice, abituata a lasciare ovunque mozziconi di sigaretta ancora accesi. La testimonianza di sua nipote passò praticamente ignorata, anche perché andava contro la tesi del coroner. La ragazza sostenne infatti, senza mai ritrattare, che dopo essersi recata a salutare la nonna, era subito tornata indietro, allarmata da uno strano rumore, e aveva visto, non appena riaperta la porta, la vittima avvolta dalle fiamme. Tra l’allarme e l’intervento del programma erano passati pochissimi minuti, e il corpo era già stato, completamente, incenerito, senza alcuna spiegazione logica apparente, la vittima inoltre, mentre era avvolta dalle fiamme, non aveva mostrato segni di panico e non sembrava essersi resa conto di quanto le stava accadendo.

Sempre in Pennsylvania, ma nel 1966, a Coudersport, un anziano signore di 92 anni, il Dottor Iriving Bentley, si recò in bagno, per non uscirne mai più. Quanto restava del suo corpo fu rinvenuto accanto al water. Come negli altri casi la zona dell’incendio risultava circoscritta attorno alle sue ceneri, e il fuoco non aveva danneggiato nient’altro, pur trattandosi in un locale angusto, di lui fu ritrovato solo un piede, perfettamente intatto. Dato che nel bagno scorrevano le tubature, fu chiamato per un sopralluogo l’addetto del gas, che oltre a confutare la possibilità di una fuga di gas, dichiarò che nel locale circostante non vi era nessun’altra traccia dell’incendio, tranne un buco nel pavimento in corrispondenza del luogo dove presumilmente si trovava, in piedi la vittima. Nient’altro era stato corroso, attaccato o semplicemente annerito dalle fiamme, né le tubature, né le piastrelle, né i sanitari.

Nel 1980 a Gwent nel Galles, interviene nelle indagini su un caso di combustione spontanea un agente della Scientifica del Cid, il Criminal Investigation Department, ad analizzare dettagliatamente la scena, che è quella classica di tutti gli altri eventi noti e assimilabili. John Heymer constata subito appena entrato eccezionali condizioni di calore e umidità, assieme a uno strano bagliore arancione o rossastro.

Sul tappeto giacevano i resti della vittima, un cumulo di cenere bianca lucente, i piedi, ancora rivestiti dai calzini, completamente intatti, e il cranio annerito dalle fiamme. Si trattava di un individuo anziano, di settantatre anni, Henry Thomas, e di lui non rimaneva più nulla.

La poltrona su cui egli era seduto era solo parzialmente bruciata, il resto della stanza non presentava segni di incendio, la luce elettrica e quella dell’alba conferivano quel bagliore aranciato e rossastro filtrando attraverso uno strato compatto di materia vaporizzata, grassa e condensata, che era cosparso praticamente su ogni superficie della stanza.

Il tappeto e la moquette erano bruciati solo in corrispondenza del mucchio di cenere, e anche la poltrona, apparentemente, aveva smesso di bruciare non appena il corpo era crollato al suolo.

Finestre e porte della casa avevano guarnizioni contro il freddo che in pratica sigillavano l’ambiente. Una volta consumato l’ossigeno presente, il fuoco avrebbe dovuto spegnersi. Heymer si domandava come mai il corpo avesse continuato a bruciare fino a consumarsi quasi interamente.

Incredibilmente in questo caso l’ipotesi degli inquirenti fu che il soggetto era caduto a faccia avanti nel camino, forse per un colpo di sonno, e poi aveva trovato la forza per tornare a sedersi in poltrona, dove era svenuto per finire consumato dalle fiamme. Ma un uomo che cade tra le fiamme torna forse a sedersi in poltrona piuttosto che precipitarsi alla porta o alla finestra in cerca di aiuto? Nel 1980 a Gwent, nel Galles, John Heymer, agente della scientifica, fu chiamato a investigare su uno strano caso. La vittima si chiamava Henry Thomas, settantadue anni, e di lui erano rimasti i due piedi coperti dai calzini e un cranio parzialmente distrutto dal fuoco. Il resto era cenere. La poltrona era bruciata e il tappeto era carbonizzato solo da un lato.  

Nell’anno 1978 poi, inspiegabilmente, il 7 Aprile del 1978, si verificano addirittura tre casi contemporanei, in tre diverse località dell’Irlanda, dell’Inghilterra e dell’Olanda.

Al largo delle coste Irlandesi, il comandante dell’Ulrich, un cargo commerciale, nota che la nave è in balia di un rollio anomalo, che sbanda da destra a sinistra, in assenza di venti e col mare calmo la cosa non è spiegabile. Recatosi in plancia di comando scopre che il timoniere ha abbandonato il suo posto, o meglio, a ben guardare, fisicamente è ancora lì, ma sotto forma di un mucchio sparuto di cenere e un paio di scarpe carbonizzate. Si tratta del primo caso che si conosca verificatosi all’aperto e l’unico del quale siano state consumate anche le estremità, forse perché calzate in stivali di gomma. La prima ipotesi degli inquirenti, quella di un anomalo fulmine direzionale, fu immediatamente scartata a causa delle condizioni atmosferiche che non erano compatibili con una perturbazione.

Lo stesso giorno in un piccolo paesino in Inghilterra, durante un controllo, una pattuglia di  polizia rinvenne un autocarro rovesciato ai margini della strada, nell’abitacolo le ossa annerite del conducente, una materia untuosa semidisciolta e alcune vaghe tracce di fuliggine. I cuscini e le fodere del mezzo risultavano praticamente intatti, eccezion fatta per quelli posti immediatamente in prossimità del corpo.

La stessa scena si verificò, il medesimo giorno, a Nimega, in Olanda, dove un corpo completamente consumato e incenerito fu rinvenuto al posto di guida di un’automobile, parcheggiata a lato della carreggiata.

Rarissimi casi, come quello del  Northumberland del 1908, sono avvenuti alla presenza dei  testimoni, le cui deposizioni risultano comunque illuminanti.

Durante il sopralluogo a una casa diroccata, all’interno della quale erano stati notati degli strani bagliori, il vigile del fuoco Jack Stacey non nota alcuna traccia di incendio fin che non si imbatte nel corpo di un vagabondo, avviluppato dalle fiamme. “A livello dell’ addome c’ era uno squarcio di circa 10 centimetri. La fiamma usciva da quello spacco con forza, come in una lampada a gas”. Il caso, che venne archiviato come “morte dovuta a fiamma ignota” per Stacey era chiaramente imputabile a una combustione iniziata all’interno del corpo.

Furono necessari diversi estintori per domare le fiamme, e i pompieri si videro costretti a dirigere il getto di schiuma direttamente all’interno del torace dell’uomo, che sembrava essersi aperto e dal quale scaturivano le lingue di fuoco. Diversamente dagli altri casi, l’uomo sembrava essersi reso conto del pericolo, e aver avvertito dolore, perché fu rinvenuto con i denti conficcati nella balaustra di legno delle scale. I suo corpo non fu ridotto in cenere, perché trovato ancora acceso, e i testimoni, tutti esperti vigili del fuoco, dichiararono che le fiamme erano bluastre e alte, come quelle di una lampada a gas, e non rosse e soffuse, come avrebbero dovuto essere secondo una delle teorie allora in voga, quella dell’effetto stoppino, o candela inversa. Inoltre i vestiti del vagabondo, al di là dell’addome, erano perfettamente intatti. Non vi erano nella baracca fonti di luce, di fuoco, o di elettricità, e nessun materiale infiammabile o combustibile nelle immediate vicinanze.

Ma di queste testimonianze, benchè rilevanti e professionali, provenienti da esperti di roghi di ogni genere e tipo, spontanei, dolosi, fortuiti, o provocati, non venne tenuto alcun conto.

Nel 1982, sempre a Londra, nella località di Edmonton, Jeannie Saffin, viene avvinta dalle fiamme mentre si trova seduta nella sua cucina, assiste al fatto il padre, che si volta attratto da uno strano lampo di luce. Quello che vede lo lascia esterefatto, sua figlia è completamente avvolta dalle fiamme, ma non grida, non si agita, non dà alcun segno di percepire dolore o allarme. Rapidamente l’uomo, nonostante gli oltre novanta anni di età, l’afferra,  la spinge verso il lavello, cercando di spegnere l’incendio che, sembrava circoscritto alla sua sola persona, e nel contempo chiama aiuto. Il cognato che accorre sollecito vede la donna in piedi, stranamente calma, con il volto e l’addome divorati da vampate crepitanti, nonostante i soccorsi tempestivi la vittima morirà in ospedale per le ustioni riportate. I familiari testimoniarono che le fiamme erano partite dall’interno e che la donna non sembrare avvertire dolore. Benchè ritardata di mente, la gravità delle ustioni rende impossibile supporre che la donna non si sia in qualche modo dimenata o fatta prendere dal panico mentre letteralmente bruciava viva.

Questa volta le testimonianze furono ascoltate attentamente, e il coroner, benchè costretto ad emettere un verdetto di “incidente domestico”, si scusò personalmente con i familiari, ritenendoli comunque perfettamente affidabili e credibili. Del resto nella casistica giudiziaria, in assenza di ogni altro precedente, non era possibile emettere un giudizio diverso, né imputare la causa della morte a fenomeni che non fossero “ufficialmente” riconosciuti.

Particolare scalpore sollevò la deposizione del cognato della vittima, uomo equilibrato, in età matura, non troppo anziano né troppo giovane, noto per non essere eccessivamente impressionabile, che dichiarò a voce forte e chiara che “dalla bocca della donna provenivano lingue di fuoco, come quelle di un drago, e che si udivano fuoriuscire sibili o ruggiti come di un gas sotto pressione che erompesse”.

Nel 1998 a Sidney in Australia, si ebbe un caso notevole, verificatosi all’aperto e alla presenza di testimoni.

Agnes Phillips, ottantadue anni, era in macchina, dal lato del passeggero, e attendeva sua figlia che si era recata in un negozio per fare compere. La giornata era calma, il motore era spento, l’auto parcheggiata all’ombra, non c’erano fili scollegati o scoperti, non fu ritrovata nessuna traccia di corto circuito, nessuna delle due donne fumava, la temperatura era mite. Eppure, voltandosi sulla soglia del negozio, per controllare se sua madre stesse bene, Jackie Park vide fuoriuscire dai finestrini del denso fumo. I soccorsi furono immediati, con l’aiuto dei passanti la figlia aprì l’auto, le fiamme furono sedate, la vittima condotta in ospedale, dove morì una settimana dopo per le gravissime ustioni riportate in tutto il corpo, nel volgere di quei pochissimi minuti. Nessuno riuscì a stabilire come la vittima avesse potuto prendere fuoco repentinamente a quel modo, i medici dissero che “sembrava come se qualcuno le avesse gettato benzina sulle vesti”.
Dodici anni prima, nel 1980, in Florida, a Jacksonville, un’altra donna, Jeanna Winchester, fu vittima di un incidente analogo, ma si salvò, avendo riportato ustioni solo nel venti per cento del corpo. Si tratta forse dell’unica sopravvissuta in grado di testimoniare, lucidamente, e dichiarò sempre che non ricordava assolutamente nulla, essendo al tempo stesso, però, ben felice di essere viva, nonostante le gravi menomazioni riportate a causa delle ustioni.
Un altro caso con numerosissimi testimoni oculari fu quello di Jacqueline Fitzsimons, forse l’unica vittima veramente giovane della casistica conosciuta, diciassette anni appena, studentessa di un Istituto Alberghiero, stava chiaccherando nel corridoio, tra una lezione e l’altra, con el sue compagne di scuola.  A un tratto dice di non sentirsi molto bene, e di avvertire un bruciore sulla schiena, ma era calma, come si fosse trattato di un malessere di poco conto, quando le sue amiche la guardarono videro che era in preda alle fiamme, Jeanne iniziò a gridare solo quando i suoi lunghi capelli presero fuoco. I soccorsi anche qui furono tempestivi, immediati e professionali. In meno di un minuto le insegnanti strappano via i vestiti in fiamme, le prestano le prime cure, e la conducono repentinamente in ospedale. Nonostante ciò la ragazza muore all’ospedale di Cheshire, in Gran Bretagna, dopo quindici giorni dal fatto. Il funzionario che indagò sul caso, dopo aver ascoltato ben sette testimoni diversi, perfettamente attendibili e aderenti alla medesima versione, si dichiarò “incapace” a fornire alcun tipo di spiegazione logica.

Ventuno eventi mortali e drammatici, apparentemente riconducibili al fenomeno dell’autocombustione umana, ventuno casi possibili, mai dimostrati certo, ma sui quali nemmeno le autorità costituite sono riuscite a fare piena luce, né, per loro stessa ammissione, ad avanzare ipotesi logiche e razionali che potessero spiegare pienamente tutte le circostanze.

Ventuno decessi improvvisi, repentini, alcuni verificatisi anche davanti a testimoni, senza alcuna causa apparente.
Ventuno sopralluoghi, indagini, perizie ed esami medici che non sono valsi ad avanzare un qualunque tipo di supposizione, teoria od ipotesi soddisfacente, al di là del vago abituale verdetto di “incidente domestico” o “rogo dalle origini sconosciute”.
Nessuna spiegazione logica per le circostanze “sospette” o “aggravanti”.
Come hanno fatto i corpi a raggiungere in così poco tempo le temperature elevate necessarie per essere ridotti praticamente in cenere o calcificati?
Perché gli ambienti circostanti, gli oggetti limitrofi, e talvolta perfino le vesti o le estremità inferiori non solo non recavano alcuna traccia di incendio ma addirittura apparivano miracolosamente intatti?

Come mai le vittime, a giudicare dalla loro postura, dalle deposizioni dei testimoni e dei rarissimi sopravvissuti, sembravano non aver avuto alcun sentore del pericolo, né aver provato alcun tipo di dolore, nonostante stessero, letteralmente, bruciando vive?

Per quale motivo un semplice incendio domestico, di proporzioni talmente modeste da lasciare intatte abitazioni e suppellittili, dovrebbe essere stato in grado di carbonizzare, liquefare, calcificare e ridurre completamente in cenere un corpo umano, nel volgere di pochi minuti, come nemmeno un forno crematorio, appositamente costruito per lo scopo, e progettato per generare temperature fino a cento volte più alte di un comune incendio, è in grado di fare?
In ogni caso, ventuno casi, sono già sufficienti per generare una casistica, per raffrontare i dati, per verificare le informazioni e filtrarle, cercando, statisticamente, di identificare dei tratti comuni atti se non a dimostrare, quanto meno ad indicare, una possibile causa.
E negli eventi analizzati finora gli unici fattori comuni che si possono indicare sono nell’ordine.
Maggioranza di vittime in età avanzate, dedite all’alcool, o comunque use al consumo di farmaci ipnotici o sedativi.

Molte delle persone colpite vivevano sole, erano obese ed erano forti fumatrici.
Questi due fattori potrebbero spiegare, ad esempio, perché le vittime non chiesero aiuto, o non tentarono di fuggire, anche se non si conoscono barbiturici talmente forti da annullare totalmente la sensazione di dolore che si deve provare quando, letteralmente, si brucia vivi, e potrebbero motivare, ma solo in alcuni casi, la causa scatenante dell’incendio.
Però non spiegano, in alcuna maniera, perché il rogo si sia limitato a consumare solo i corpi lasciando intatto il resto dell’ambiente, perché solo gli arti inferiori sono stati risparmiati, perché i cadaveri siano stati consumati tanto in fretta e in maniera così profonda che nemmeno un inceneritore sarebbe stato in grado di emulare, perché non si siano mai udite grida o richieste di soccorso, perché la morte sarebbe sopravvenuta tanto rapidamente quando si conoscono casi di grandi ustionati che sono sopravvissuti con lesioni molto più gravi, o esposizione al fuoco assai più prolungate, perché infine nessuno dei rari superstiti affermi di ricordare nulla né di aver provato dolore e nemmeno motivano, non dimentichiamolo, il fatto che le fiamme sono sembrate scaturite dall’interno del corpo, e non dall’esterno, e la sconcertante presenza di quella sostanza gialla, untuosa, grassa e oleosa, che è stata tante volte riscontrata sul luogo dell’incendio.

Ma la scienza, anche se lontana dal fornire una spiegazione logica e attendibile, prima di affermare perentoriamente che un dato fenomeno, semplicemente NON esiste, dovrebbe essere quanto meno disposta ad esaminare i fatti, ed eventualmente a confutarli, se occorre, piuttosto che limitarsi a ignorarli o semplicemente a negarli, come invece avviene nella quasi totalità dei casi, assumendo un atteggiamento di chiusura ostica e di scetticismo che non può che ingenerare sospetti anche nei soggetti più razionali e intellettualmente illuminati, dando così credito a favole e mitologie, che, se analizzate, potrebbero forse essere facilmente sfatate, ma così, abbandonate al limbo dell’ignoranza, trovano terreno fertile per prolificare, ogni giorno di più, nell’immaginario collettivo.

Misteri: L’autocombustione umanaultima modifica: 2009-12-13T16:30:00+01:00da moonfaire
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3 pensieri su “Misteri: L’autocombustione umana

  1. Non so perchè ma mi è venuto in mente il rogo sul quale bruciavano le donne ritenute streghe nel medioevo….ciò mi spaventa un pò. Tra un mese farò l’iniziazione per diventare wicca ma ora ho un pò paura…non è che tutte queste persone bruciate c’entrano qualcosa con il Wiccan? magari dico una stupidaggine …qualcuno potrebbe rispondermi? 🙂 grazie

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